Carbon&equity per rendere il commercio più favorevole al clima

Anche il commercio ed i suoi scambi, aumentati esponenzialmente negli ultimi 25 anni, hanno il modo di diventare "climate friendly", ecco come
commercio carbon tax

Ci sono modi per rendere una pratica come il commercio più sostenibile a livello di impatto sul Clima? La risposta è sì e ci sono almeno tre modi per poter rendere più  Climate Friendly le pratiche commerciali, andiamole a vedere nello specifico. Le prime due proposte sono state formulate da due organizzazioni: Transport & Environment (T&E) e Trade Justice Movement. le quali in un documento (che potete consultare qui) hanno trovato delle possibili soluzioni per inserire anche il commercio in un sistema di arginamento del riscaldamento globale.

L’idea di fondo è quella di trovare nuovi strumenti e idee per fare fronte ad un sistema commerciale e di scambio che si è profondamente modificato nel tempo e specialmente dagli anni ’90. Sono cambiati i modi di commerciare, siamo in un mondo fatto di scambi molto più aperti rispetto al passato e di conseguenza ne è aumentato consistentemente il numero e con esso anche le emissioni di gas dannosi per il clima che non possono più essere calcolate “per singolo territorio”.

Un nuovo provvedimento efficace potrebbe essere quello di introdurre la Carbon Border Tax Adjustement , ovvero una tassa di frontiera applicabile a beni e servizi che provengono da Stati che non applicano nessuna misura di riduzione delle emissioni di CO2.  La CBTA si dovrebbe basare sul prezzo della CO2 fissato dai mercati esistenti, come l’ETS europeo. Così facendo produttori e importatori di beni e servizi verrebbero messi sullo stesso piano, agli stessi poi verrebbe fatto l’obbligo del pagamento di una sovrattassa che viene calcolata sul contenuto di carbonio eccedente misurato secondo il benchmark di riferimento.

Un secondo strumento che potrebbe essere preso in considerazione è quello di un’altra tassa: la carbon tax sugli introiti degli investimenti diretti esteri ovvero sull’estrazione di petrolio, gas e carbone. “Nel 2014 – scrive T&E – le società olandesi, britanniche e norvegesi hanno guadagnato 48 miliardi di euro dagli investimenti diretti esteri in petrolio e gas stranieri. Tuttavia, come parte dell’Accordo sul clima di Parigi, questi e altri paesi sviluppati si sono impegnati a sostenere le economie in via di sviluppo nel ridurre le loro emissioni. Per incentivare questo aspetto, la relazione chiede alle società delle nazioni sviluppate di riferire e pagare un’imposta sull’anidride carbonica equivalente alle emissioni associate ai loro redditi da IDE”.

Quindi oltre questa particolare forma di “dumping ambientale” a livello europeo si potrebbe avanzare una terza proposta che dovrebbe coinvolgere le operazioni commerciali a livello globale. In sede di WTO (World Trade Organization) è sempre più evidente la necessità di aprire la possibilità per l’introduzione di una Carbon&equity tax  nei confronti dei paesi in cui non sono rispettate le certificazioni ambientali e i diritti dei lavoratori.

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