Inizia l’era Biden-Harris, quale futuro in tema di ambiente e diritti per gli Stati Uniti?

L’elezione di Biden, candidato poco entusiasmante in sé, ha un profondo significato per la sconfitta di Trump anche se, come dimostra il risultato elettorale, l’influenza dell’ex Presidente negli Stati...
Harris

L’elezione di Biden, candidato poco entusiasmante in sé, ha un profondo significato per la sconfitta di Trump anche se, come dimostra il risultato elettorale, l’influenza dell’ex Presidente negli Stati Uniti resta fortissima. Il motivo vero per cui molti americani hanno deciso di sostenere Biden sta proprio nel desiderio di contrastare Trump, più che nelle qualità intrinseche dell’ex vice-presidente dell’amministrazione Obama.

Interessante e strategica è stata la scelta della vicepresidente Kamala Harris, le cui origini vanno colte con attenzione e non vanno sottovalutate sul piano dell’economia politica globale. Kamala Harris ha un curriculum molto interessante ed è la prima donna a ricoprire il ruolo di vicepresidente: bene!

Le sue origini indiane, sul piano socio-culturale, sono molto forti e molto significative a livello politico. In tema di emancipazione, la Harris è figlia d’arte, anzi appartiene alla seconda generazione di donne libere nella sua famiglia, se si tiene presente la storia del madre Shymala, coraggiosa donna tamil che, non ancora ventenne, diversamente dalle sue coetanee ancora incastrate in matrimoni combinati, lasciò la città di Madras per vivere negli Usa e studiare a Berkeley, fatto inammissibile e imperdonabile per i tabù induisti.

La giovane ricercatrice, libera e progressista, si fa strada nella vita, nella professione e nell’ impegno politico, come modello straordinario per le due giovani figlie Kamala e Maya. Grazie all’esempio materno, e all’orientamento illuminato di tutta la sua famiglia di origine, Kamala è riuscita a mantenere ottimi rapporti con essa e con le sue radici culturali e ha spesso dichiarato come la cultura indiana sia stata centrale nella sua crescita e formazione.

La comunità indiana negli Usa conta circa 2 milioni mezzo di immigrati e occupa una posizione scomoda. Frammentata e diversificata, esprime spesso politici che una volta emersi rinnegano le loro origini o da magnati che mantengono un filo diretto con l’establishment in patria, dominato dal premier Modi.

Trump e Modi, due leader accomunati da populismo e intransigenza politica, e quest’ ultimo emblema di una politica nazionale che tende a discriminare soprattutto la popolazione musulmana, a cui chiede di dimostrare il loro status di “cittadini”, in un paese dove decine di milioni non hanno nemmeno un certificato di nascita. L’idillio tra i due ha avuto un notevole palcoscenico durante l’ultima visita di Trump in India. L’ex Presidente americano si è dilungato nella celebrazione di Modi, assunto a modello di self-made man locale e salvatore dalla patria, senza mai ricordare di essere nella terra di Gandhi, il padre della difesa dei diritti umani.

Tra proteste e omicidi, la visita di Trump, interessato a vendere armi e tecnologia militare e a cercare appoggio per la sua trattativa con i talebani dell’Afghanistan, si è dipanata tra sfilate in limousine sulle strade di Ahmedabad , all’uopo attrezzate di  un lungo muro colorato per impedire la vista degli slum dei poveri.

La vittoria di Biden è stata ovviamente accolta con estrema freddezza dal governo indiano che l’ha liquidata con un secco “no comment”. Il ruolo assegnato alla Harris non ha spostato di un millimetro la glaciale reazione. La vicepresidenza rappresenta quindi un’ulteriore conquista e assume un forte significato simbolico per almeno due motivi: il Covid19, di cui Usa e India sono ora i due Paesi con più contagi, e la questione dei diritti umani.

Che ruolo giocherà Kamala Harris nella politica ambientale degli Stati Uniti e quindi globale? Nonostante sia da comprende la posizione attendista e prudente da parte di molti ecologisti, c’è da ammettere che Biden qualche passo lo fa nel piano di investimenti per l’ambiente che propone. Nel framework sono ad esempio inseriti 1,7 triliardi di dollari da investire nei prossimi 10 anni per arrivare a emissioni Zero nel 2050 , una serie di disincentivi per le emissioni inquinanti e viceversa incentivi per l’elettrico, l’obiettivo di garantire alle comunità socio-economicamente più svantaggiate il 40% dei benefici che deriveranno dalla spesa per infrastrutture e per l’energia pulita e il capitolo greenbuilding, nuovo standard entro 10 anni di emissioni net-zero per tutti gli edifici commerciali. Anche l’annunciato rientro nell’accordo di Parigi è un fatto positivo, benché forse motivato dalla volontà di recuperarne quella leadership climatica che, altrimenti, sarebbe appannaggio dell’Unione Europea e Cina.

Un piano green che lega in modo stretto misure per il clima e strategia per la ripresa post-covid. Biden punta a dare una scossa al comparto dell’energia per stimolare nuovi posti di lavoro, anche se sul fronte trasporti, gli impegni sono vaghi e per il momento la lobby del petrolio potrà continuare senza stravolgimenti, visto che la roadmap per abbandonare le fonti fossili è rimandata al primo anno di presidenza e potrebbe essere tarata al ribasso. È inoltre vero che molti miliardi di dollari verranno investiti sul nucleare modulare e sulle tecnologie di cattura del carbonio e il fracking verrà toccato solo marginalmente da una maggiore sensibilità alla giustizia ambientale nello sviluppo di nuovi progetti. Su questo ultimo punto Biden ha dovuto trovare un compromesso altrimenti avrebbe perso completamente Pennsylvania e Ohio, che si basano economicamente sull’estrazione di gas naturale. Diciamo che Biden ha avviato una potenziale apertura verso scelte più radicali, certo Sanders era stato ben più coraggioso nel suo programma, ma così facendo era entrato in contrasto con la comunità scientifica americana, molto influente negli Stati Uniti, poiché escludeva il nucleare e lo stoccaggio del carbonio.

L’elettorato americano non è affatto omogeneo e Biden aveva poca scelta. Tenere dalla sua parte la scienza, ambiente e i sindacati erano passaggi fondamentali.

Ricordiamoci che la vittoria di Trump si era basata sul sostegno della classe operaia, quella che barattava volentieri le leggi sull’ambiente di Obama con nuovi posti di lavoro. Il presidente Trump li ha ingannati, abbassando inizialmente le tasse ma introducendo aumenti fiscali automatici e graduali ogni due anni dal 2021(notare bene la data!!) che entro il 2027 avrebbero interessato quasi tutti, tranne i ricchi. Certo, i poveri non sono mai stati molto importanti per il Partito Repubblicano, ma sono stati particolarmente colpiti dalla pandemia e dalla recessione, quindi gli aumenti fiscali previsti da Trump si sono rivelati particolarmente spietati. Per la classe operaia e per i sindacati americani Sanders era troppo radicale, mentre Biden in qualche modo li coinvolge, riuscendo a coniugare in questo caso due elettorati opposti che Trump aveva spaccato, quello delle grandi città più sensibile all’ambiente e quello operaio che più ha risentito della crisi di questi ultimi.

Nonostante gli Stati Uniti sia affrontando una pandemia come il coronavirus e arrivando alla resa dei conti di una questione razziale, il tema ambientale ha segnato certamente un punto a favore di Biden, percepito su questo punto molto diverso da Trump, assai piu’ che sulle questioni razziali, di economia o di assistenza sanitaria. La scelta del ticket con Kamala Harris è stato vincente: Joe Biden, ha scelto proprio lei per dialettica, età, diversità etnica, sesso, provenienza geografica, progressismo moderato e attenzione all’ambiente.

Il neo Presidente non ha mai sposato del tutto il Green Deal democratico, il piano che invece vede in prima linea Harris, la sua vice. Vedremo, quindi, cosa accadrà, anche perché sarà necessario il reale appoggio di una solida maggioranza sia al Senato che alla Camera.

Sia Joe Biden che Kamala Harris dovranno alzare l’asticella sullo stop ai combustibili fossili, sulla giustizia ambientale e le politiche di transizione giusta e ci auguriamo che l’incontro già previsto tra i principali emettitori globali all’inizio del 2021, incentrato sui cambiamenti climatici e sull’economia globale, sia il primo vero passo.

di Elisabetta Patelli

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