CETA, perchè non bisogna essere sovranisti per essere contrari al trattato

Si torna a parlare di Ceta, il Trattato di libero scambio tra Ue e Canada, perché il processo di ratifica entra in un momento delicato.
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Si torna a parlare di Ceta, il Trattato di libero scambio tra Ue e Canada, perché il processo di ratifica entra in un momento delicato. Il Presidente austriaco, ed ex leader dei Verdi, Alexander van der Bellen due giorni fa si è rifiutato di ratificare l’adozione del Trattato da parte del Parlamento, bloccandola fino alla decisione della Corte Ue sulla compatibilità della clausola Ics (Investment Court System), ossia l’arbitraggio sugli investimenti che possono essere danneggiati da norme pubbliche, con il diritto comunitario.

Inoltre, il neo Ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio ha annunciato che anche l’Italia voterà contro. Ricordo infatti che questo trattato ha la particolarità che, per essere definitivamente adottato (e nonostante questa sia una competenza esclusiva della Ue), deve essere ratificato, oltre che dal Parlamento europeo, anche da tutti i parlamenti nazionali della Ue all’unanimità.

In due articoli pubblicati su la Repubblica e sul Corriere, Ruffolo e Fubini criticano aspramente questa decisione come protezionista e sovranista. Sono assolutamente d’accordo con la dura critica al modo in cui Di Maio ha presentato l’opposizione al Ceta (un puro “sovranismo” per difendere corporazioni specifiche), ma non lo sono affatto con il limitare l’opposizione al Ceta solo a questo approccio. Al contrario. Il movimento che si oppone a questo accordo e che ha guidato le mobilitazioni europee è in gran parte europeista e convinto che dazi e barriere possano essere sì un gravissimo limite, reazionario e negativo, ma sono le priorità della politica commerciale europea che devono cambiare.

Non vedere questo sarebbe non solo perdere un’occasione di discussione in Italia su come migliorare la politica commerciale europea, da sempre sottomessa a una ideologia liberista a senso unico e pro-multinazionali (a prescindere dal loro comportamento in materia fiscale e sociale); significherebbe anche lasciare ogni critica al Ceta al campo dei sovranisti; per l’opposizione a questo governo significherebbe anche continuare a perdere terreno persino fra chi, tra gli attivisti e le forze politiche – con o senza maglietta rossa – è inorridito dalla sua deriva illiberale, razzista e nazionalista.

Ripeto: il Ceta non trova oppositori solo nel campo della società chiusa di Di Maio e Salvini, nelle corporazioni attente ai loro interessi particolari e pochissimo alle regole ambientali e sociali; la campagna è stata guidata dai sostenitori della società aperta dei diritti, dell’ambiente e della giustizia, da forze politiche come i Verdi che, al Parlamento europeo e in vari parlamenti nazionali e assemblee regionali, hanno intavolato una discussione lontanissima dalle meschine e superficiali ragioni di Di Maio. Il fatto di prestare attenzione esclusivamente a quest’ultime significa ancora una volta manipolare e non fare avanzare la discussione, polarizzandola in modo distruttivo. Ma quale sarebbe il problema con Ceta? Ce ne sono vari e di natura diversa.

La dura battaglia per trasparenza e contenuto del mandato avvenuta al Parlamento europeo ha funzionato in parte per il Ttip, ma assolutamente no per il Ceta. Gli interessi di importanti multinazionali sono stati tenuti di conto ben prima della sua pubblicazione e si è scoperta l’esistenza di un fast track inaccettabile, venuto alla luce troppo tardi per cambiare il contenuto dell’accordo.

Notiamo anche che quello con il Canada è il primo accordo che contiene una lista negativa di servizi che ogni Stato può escludere dalla competizione non europea, aprendo invece tutti gli altri; i brevetti europei sulle medicine potrebbero aumentare a dismisura i costi per il sistema pubblico canadese; il Canada è il terzo produttore di Ogm al mondo e l’accordo facilita l’impatto già notevole e sempre attivo della lobby pro-Ogm sul processo decisionale europeo e sulle regole esistenti che lasciano molti spazi in questo senso; il Ceta, inoltre, attacca leggi e regolamenti in sostegno di comunità e municipalità locali favorendo le multinazionali, né prevede direttive vincolanti sulla protezione dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori. C’è poi la clausola che ha motivato il blocco del Presidente austriaco van der Bellen e che prevede tribunali privati che tutelano gli investitori stranieri e permetterebbero loro di intentare processi contro gli Stati, qualora considerassero i loro interessi commerciali danneggiati da norme interne. Queste clausole esistono già, ma non su una scala così ampia fra Paesi sviluppati; presentano rischi concreti di “giustizia parallela”, in particolare in materia ambientale e sociale. Questo è stato il punto della pessima fama del Ttip, prima dell’arrivo di Trump che lo ha chiuso forse per le ragioni sbagliate.

Insomma, apriamo anche in Italia un dibattito su meriti o demeriti del Ceta e su come si può rilanciare un commercio attento ai diritti dei piccoli produttori, delle comunità locali, aperto e di qualità, trovando le alleanze contro i sovranisti e demagoghi nostrani, invece che rafforzarli ancora riducendo i fronti pro e contro Ceta a quello fra sovranisti e internazionalisti.

Questo articolo è uscito su IlFattoQuotidiano.it

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