La chiave per il futuro del centrosinistra: Europa, Donne e Green Economy

Il contributo di Monica Frassoni: i punti importanti per il nuovo centrosinistra italiano devono essere Europa, donne e green economy
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A tre mesi esatti dalle elezioni (a quanto pare fissate per inizio marzo), sarebbe bene che il mondo fuori dal Pd, politico ma anche associativo, sindacale ed economico, la pianti con tatticismi e personalismi per gettarsi nella mischia della battaglia sulle cose da fare.

Ieri i coordinatori dei Verdi italiani Luana Zanella, Angelo Bonelli e Gianluca Carrabs ( di cui vi abbiamo parlato qui ) hanno posto sul tavolo alcune importanti questioni di merito condivise da un mondo, quello legato all’associazionismo e attivismo ambientalista e a quello della green economy, che in Italia non ha un’adeguata rappresentanza né a livello istituzionale né a livello di dibattito pubblico.

Tranne poche eccezioni, nel gioco tutto identitario di molta sinistra fuori e dentro il Pd, agganciata a battaglie nobili ma ormai ridotte a slogan, come quella sull’art.18, è purtroppo povera la riflessione su come potrebbe cambiare il mondo del lavoro, la nostra società, il modo di vivere la città, di muoversi, di consumare, affrontando di petto i rischi e le opportunità rappresentate dai cambiamenti climatici e dalla digitalizzazione. I Verdi (e in generale il mondo ambientalista) hanno il dovere di portare avanti con forza e nel modo più coeso possibile poche ma significative proposte per un concreto cambio di passo non solo del centrosinistra italiano, ma anche dell’opinione pubblica e dei media.

Non ho mai capito perché un signore giovane e moderno come Renzi si sia fatto incantare dalle ragioni dei poteri fossili italiani, dai trivellatori ai sostenitori del gas come nuova frontiera della “sostenibilità” Made in Italy, buttando a mare le sue prime posizioni molto positive su rinnovabili, efficienza e consumo del suolo. Non mi è chiaro perché anche tanta parte della sinistra cosiddetta radicale paia distratta e poco appassionata a questi temi, preferendo battaglie, sicuramente meritorie ma insufficienti, di conservazione del “vecchio” lavoro invece di trovare modi di crearne di nuovo.

Credo, però, che si possa e debba intraprendere questa battaglia in vista delle elezioni.

Al di là delle decisioni sulle alleanze dei Verdi italiani, che sono comunque parte di una famiglia politica e di un movimento europeo e globale molto più ampio e coeso rispetto ad altri interlocutori, in queste settimane è fondamentale dar voce e visibilità alla necessità di porre al centro della discussione sull’Italia che verrà il tema della trasformazione ecologica della nostra economia e delle scelte che ne derivano. Basta sussidi ai fossili, basta concessioni milionarie ai costruttori di autostrade inutili, basta milioni (oltre 300 finora) gettati al vento a causa della violazione delle norme ambientali in Europa. Basta anche con la finzione che un “rinascimento” industriale sia possibile mettendo sullo stesso piano settori inquinanti e fossili e gli altri, ciò che il ministro Calenda chiama la “neutralità tecnologica”. E basta con una posizione troppo lontana dai paesi più avanzati – in particolare Francia e Germania – sul tema della lotta ai cambiamenti climatici.

Quest’ultimo tema è particolarmente urgente e importante. Nelle prossime settimane verranno definite delle significative norme europee in materia di clima ed energia, in particolare riguardo l’efficienza energetica negli edifici; a oggi, nella più totale mancanza di discussione pubblica, il governo italiano porta avanti posizioni di retroguardia su tutti questi temi. Noi pensiamo che questo possa e debba cambiare e che possa rappresentare un segnale importante nel quadro del dialogo in corso fra i diversi attori in vista delle elezioni.

Sì invece a misure radicali, ma realistiche e già sperimentate in molti paesi e città europee, per affrontare l’inquinamento atmosferico, la dispersione idrica e il consumo del suolo. Sì a uno spostamento di risorse verso politiche di conservazione e manutenzione del territorio. Sì a politiche industriali di lungo periodo che sappiano compiere scelte difficili, ma capaci di uscire dal pericoloso e devastante dibattito che pone una (falsa) scelta tra ambiente/salute e lavoro: questo dibattito, come nel caso dell’Ilva, è tragicamente incapace sia di risolvere il problema dell’occupazione sia quello della salute, né mostra di comprendere che l’uno è strettissimamente legato all’altro, perché assicurare condizioni di lavoro ottimali, una visione strategica di lungo periodo che tenga conto delle evoluzioni del mercato e della tecnologia e il rispetto delle normative ambientali, sono, in un paese avanzato, condizioni indispensabili di innovazione e competitività.

Sono davvero convinta dell’assoluta importanza di un dibattito aperto e pubblico su questi temi. Data l’inconsistenza e la difficoltà di costruire qualsiasi tipo di dialogo con il M5s perfino su queste tematiche (nonostante a parole siano tutti ambientalisti), e data la scelta ecoscettica – ma molto coerente – a favore di tutti gli inquinatori e fossili da parte della destra italiana, mi sembra folle che tanta parte della politica italiana che si definisce “progressista” non veda l’importanza di rispondere con un’offerta politica adeguata alle domande e preoccupazioni di oltre 6 milioni di italiani, costantemente esposti a inquinamento grave, e delle migliaia di imprese che, in solitudine e facendo spesso fronte all’indifferenza e ignoranza della amministrazione pubblica e della scuola, cercano di trovare la loro strada fuori dalla crisi attraverso scelte di sostenibilità.

Qui non siamo di fronte al problema di capire chi è più o meno di sinistra o chi è più o meno amico di Renzi, Grasso e D’Alema. Parliamo invece di dare una prospettiva di coalizione e di governo attraente e vicina ai bisogni delle persone, che oggi hanno a cuore soprattutto la qualità e sicurezza del proprio lavoro, delle città, dell’ambiente e del paese in cui vivono: in una parola, il proprio futuro.

C’è un altro tema da mettere visibilmente in agenda di cui si parla pochissimo anche in tempi di travolgente successo di campagne come #metoo, ed è il ruolo delle donne e la possibilità di una leadership condivisa. È un fatto che tutti i leader e rappresentanti di spicco del centro sinistra (eccezion fatta per Laura Boldrini e Luana Zanella) siano uomini. Capita che riunioni importanti di “vertice” siano tutte al maschile e che pochi ci facciano caso. Penso invece che questo sia un elemento fondamentale da mettere in campo. Non per una quota rosa vissuta con il fastidio di un obbligo al quale non si crede, ma come elemento fondamentale di una politica per un governo nuovo e migliore. Come ha detto Margot Wallström, ministro degli Esteri svedese e instancabile difensor(a) dei diritti delle donne, che ha presentato con modi gentili l’idea e i risultati molto concreti di una politica estera femminista, il femminismo è l’idea rivoluzionaria che le donne sono esseri umani. Sapere trarre tutte le conseguenze positive da questa semplice e incontrovertibile verità servirebbe davvero molto non solo alla politica, ma anche alla società italiana.

Questo articolo è uscito sull’Huffington Post

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