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Alexander langer, testimone profeta del nostro tempo




A venti anni dalla sua morte volontaria (3 luglio 1995)


MARCO BOATO

A venti anni dalla sua morte volontaria (Firenze, Pian de’ Giullari, 3 luglio 1995) la figura di Alexander Langer (“Alex” per gli amici) è più attuale che mai. Per certi aspetti, la sua figura è più conosciuta e “riconosciuta” oggi che non quando era in vita, una vita durante la quale ha dovuto subire anche molte amarezze e misconoscimenti, anche da persone e ambienti a lui vicini. Per questo parlo di lui come “testimone” (oltre che “protagonista”), ma anche come “profeta” del nostro tempo, sotto un duplice profilo. Un “profeta” a volte contestato e disconosciuto o ignorato, finché è stato in vita: “nemo propheta acceptus est in patria sua”, si potrebbe dire, riecheggiando la lezione evangelica. Un “profeta” che, inoltre, su molte questioni ha visto più lontano dei suoi contemporanei, ha anticipato i tempi in modo lungimirante, ma non ha potuto vedere in vita la “terra promessa”. E basterebbe ricordare come tematiche per lui essenziali – come la “conversione ecologica” e la “convivenza inter-etnica”– fossero ignorate o disconosciute durante la sua vita, mentre negli anni più recenti sono diventate ricorrenti, la prima nel dibattito ecologico e la seconda nelle riflessioni pubbliche sulle relazioni inter-etniche nel suo Alto Adige/Südtirol, ma anche in Bosnia e oggi in Ucraina, Siria, Iraq, Libia, Israele e Palestina, e via purtroppo elencando, comprese molte realtà europee oggi attraversate da pulsioni razziste e xenofobe.

Sabato 13 giugno, parlando a migliaia di scout, papa Francesco ha ammonito: “Abbiate capacità di dialogo con la società, mi raccomando: capacità di dialogo! Fare ponti, fare ponti in questa società, dove c’è l’abitudine di fare muri: voi fate ponti per favore”. È esattamente quello che Langer ha fatto per tutta la sua vita e nel 1986, inviando a “Belfagor” una sua breve autobiografia (“Minima personalia”), ha scritto: “Sul mio ponte si transita in entrambe le direzioni, e sono contento di poter contribuire a far circolare idee e persone”.

Da qualche settimana è uscito nelle librerie un mio volumetto su di lui, e non a caso l’ho intitolato: “Alexander Langer. Costruttore di ponti” (La Scuola). Mi sono chiesto molte volte come Langer avrebbe vissuto l’attuale pontificato di papa Francesco, tanto più ora che – per la prima volta nella storia – il papa ha dedicato un’intera enciclica all’ecologia: “Laudato si’”, riecheggiando quel Francesco d’Assisi a cui tante volte Langer si è ispirato, fin dai tempi del Liceo francescano di Bolzano. E ancora verso la fine della sua giovane vita, nel 1994, ha così intitolato un capitolo del suo “Tentativo di decalogo per la convivenza inter-etnica”, forse il suo saggio più bello, tra i moltissimi che ha scritto: “Dell’importanza di mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera”. Adriano Sofri ha commentato: “Costruttore di ponti, ‘pontifex’: quale titolo più appropriato all’uomo di pace Alexander Langer?”.

Ad un mese esatto dal ventesimo anniversario della sua morte, il 3 giugno scorso, a Bruxelles, il Gruppo verde al Parlamento europeo – di cui lui era stato eletto per due volte co-presidente - gli ha dedicato una struggente iniziativa in memoria. Sono intervenuti, tra gli altri, il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz (Spd), il ministro degli esteri italiano Paolo Gentiloni (Pd), la vice-presidente del Bundestag, Claudia Roth (Grüne), il deputato sudtirolese Florian Kronbichler (Sel), Luana Zanella (Verdi), Edi Rabini (Fondazione Langer di Bolzano), una ex-ministra finlandese, Adriano Sofri, il biologo Gianni Tamino (che gli era succeduto nel seggio al Parlamento europeo, dopo la sua morte), ed è stato più volte ricordata la stima pubblica che per Langer aveva sempre manifestato Otto von Habsburg (Csu) prima della propria morte (era anche intervenuto, commosso, alla commemorazione a Strasburgo del 12 luglio 1995).

Nella bella antologia dei suoi scritti, “Il viaggiatore leggero” (Sellerio), è riportato un brano che Langer aveva scritto a quindici anni nella rivista giovanile “Offenes Wort” (“Parola aperta”): “Vorremmo esistere per tutti, essere di aiuto ed entrare in contatto con tutti. Il nostro aiuto è aperto a tutti, così come per tutti vale la nostra preghiera. Venite a noi, e vi aiuteremo con tutte le nostre forze. Ma che cosa ci spinge a farlo? L’amore per il prossimo. Dobbiamo prendere sul serio la tanto declamata carità cristiana, senza mezze misure”. E davvero “senza mezze misure” poi Alexander Langer si è speso “per tutti”, per tutta la sua vita, fino all’esaurimento delle proprie forze ed a quell’estremo lamento di quel disperato 3 luglio 1995: “I pesi mi sono divenuti davvero insostenibili, non ce la faccio più. Vi prego di perdonarmi tutti anche per questa mia dipartita. Un grazie a coloro che mi hanno aiutato ad andare avanti. Non rimane da parte mia alcuna amarezza nei confronti di coloro che hanno aggravato i miei problemi. ‘Venite a me, voi che siete stanchi ed oberati’. Anche nell’accettare questo invito mi manca la forza. Così me ne vado più disperato che mai. Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto” (“Seid nicht traurig, macht weiter was gut war”). L’allora vescovo (oggi cardinale centenario) Loris Capovilla ha scritto, alla notizia della sua morte: “Per chi lo ha amato, questa è l’ora del silenzio. Per chi dissentiva dalle sue scelte, è l’ora del discernimento. Per chi crede possibile muoversi verso una convivenza più umana, è l’ora della gratitudine. Alex ha studiato, operato, servito proprio per questo. Mi inchino dinanzi a lui. Chiedo a Dio di accoglierlo nella sua Casa e di collocarlo, a nostro conforto, come una stella nel firmamento. Alex appartiene alla schiera degli eletti che non muoiono. Sono certo di re-incontrarlo” (messaggio alla vedova Valeria Malcontenti, riportato nel volume “Le parole del commiato”, edito nel 2005, decennale della morte, dai Verdi del Trentino).

Negli anni ’80 Alexander Langer mette il tema della “convivenza inter-etnica”al centro delle sue riflessioni e del suo impegno politico e culturale, riprendendo tematiche che aveva cominciato ad affrontare fin dalla sua più giovane età. È questo il periodo in cui cominciano inoltre le sue riflessioni e proposte sulla “conversione ecologica”, anche con un rapporto di dialogo con Rudolf Bahro, un marxista “eretico” uscito dalla DDR ed entrato in relazione con i “Grünen” della Germania federale, e con le teorizzazioni sulla “società conviviale” di Ivan Illich.

Nel 1980-81 Langer si dedica anche in modo particolare ad una vasta campagna di opinione e di mobilitazione contro il “censimento etnico” del 1981, introdotto con una norma di attuazione del luglio 1976 e allora di imminente realizzazione in Sudtirolo. La campagna contro le “schedature etniche” e quelle che definisce le “nuove opzioni” (in memoria delle famigerate “opzioni” introdotte nel 1939 dall’accordo tra Hitler e Mussolini) provoca uno scontro durissimo con la Svp di Silvius Magnago, che lo attacca frontalmente come un “Autonomiefeind”, come un nemico dell’Autonomia. In realtà, Langer all’Autonomia aveva dedicato già la sua tesi di laurea a Firenze col costituzionalista Paolo Barile e poi per tutta la vita si era impegnato a concepire una Autonomia non chiusa in se stessa e capace appunto di realizzare una piena convivenza inter-etnica, e non una rigida separazione come allora alcuni esponenti politici pretendevano, affermando che era meglio separarsi il più possibile… per comprendersi meglio.

Dopo essere stato eletto per tre volte nel Consiglio regionale/provinciale a Bolzano, per due volte, nel 1989 e nel 1994, viene eletto nel Parlamento europeo per i Verdi nella Circoscrizione Nord-Est. Nel 1992 chiede ai Verdi trentini di pubblicare il suo unico libro uscito in vita (tutti gli altri, con molteplici raccolte di suoi scritti, sarebbero usciti solo dopo la sua morte) e a me di scriverne la prefazione italiana: “Vie di pace/Frieden Schließen” (Arcobaleno). Un libro bilingue ricchissimo di analisi, informazioni e proposte “a tutto campo”, sul piano politico e culturale. Ecco come si autopresenta nella nota biografica finale: “Nel movimento ecologista e pacifista Langer da tempo contribuisce allo sforzo di elaborare una prospettiva culturale e politica che consenta ai verdi di diventare portatori di una proposta globale; in quest’opera Langer partecipa ad un intenso dialogo di ricerca con la cultura della sinistra, dell’area radicale, dell’impegno cristiano e religioso, delle nuove spiritualità, di aree non-conformiste ed originali che oggi emergono a pieno campo, anche tra conservatori e a destra, e da movimenti non compresi nell’arco canonico della politica. Sostenitore del carattere trasversale ed innovativo del movimento verde”. Ed ecco, dopo essersi per così dire autodefinito, come presenta sinteticamente i suoi valori e obiettivi: “Langer crede poco nell’ecologia dei filtri e dei valori-limite (senza trascurare, tuttavia, la battaglia per gli uni e per gli altri) e si considera impegnato in favore di una conversione ecologica della società: preferire l’auto-limitazione cosciente, la valorizzazione della dimensione locale e comunitaria, la convivialità; non inquinare e realizzare condizioni di giustizia, di pace, di integrità della biosfera, piuttosto che inseguire rimedi, aggiustamenti e disinquinamenti sempre più sofisticati ed artificiali per tentare di correggere condizioni di vita sempre più ingiuste, degradate, violente e povere di senso; l’ecologia ha bisogno non solo di provvedimenti e riforme, ma anche di una dimensione spirituale e di valori profondi”.

Nella sua veste di parlamentare europeo, Langer intensifica i suoi viaggi e le sue iniziative a livello internazionale, assumendo anche la responsabilità, dal gennaio 1991, di presidente della delegazione del Parlamento europeo per i rapporti con l’Albania, la Bulgaria e la Romania. Fondamentale il suo rapporto con la Jugoslavia: prima della dissoluzione, fa svolgere un Consiglio federale nazionale dei Verdi a Porto Rose, nella Slovenia non ancora separata, come testimonianza dell’impegno dei Verdi italiani per favorire una “rifondazione” del patto federale, e non una disgregazione, come poco dopo avvenne. Intensificò poi il suo rapporto con la ex-Jugoslavia, attraverso la “Carovana europea di pace” (settembre 1991) ed il “Forum di Verona per la pace e la riconciliazione” (1992). Nel 1990 tiene i rapporti con Cipro, “divisa” tra turco-ciprioti e greco-ciprioti (lo è tuttora). Nel dicembre 1990 è anche in Albania e poi inoltre in Kossovo, dopo essere stato in Bulgaria e Romania. Nel 1991-92 è anche in Medio Oriente, con particolare attenzione a Palestina e Israele. Scoppiata la guerra in Bosnia, mantiene rapporti molto stretti, in particolare con la città inter-etnica di Tuzla e col suo sindaco Selim Beslagic, che, insieme a Renzo Imbeni, accompagna a Strasburgo, Bolzano e Bologna. Il 26 giugno 1995 (pochi giorni prima della sua morte volontaria) si reca con una delegazione europea a Cannes, dove si svolge il vertice dei capi di Stato e di governo europei. Presenta il drammatico appello “L’Europa nasce o muore a Sarajevo” e, nell’incontro col neo-eletto presidente francese Jacques Chirac (il quale appena eletto aveva fatto riprendere gli esperimenti nucleari a Mururoa, sospesi in precedenza da Mitterrand), chiede esplicitamente un intervento di “polizia internazionale” in Bosnia, dove l’assedio di Sarajevo dura ormai da tre anni. Chirac gli risponde negativamente con una sorta di elucubrazione “pacifista”… Dopo la strage di Tuzla del mese prima (oltre 70 giovani uccisi, centinaia feriti), Selim Beslagic aveva scritto: “Voi state a guardare e non fate niente, mentre un nuovo fascismo ci sta bombardando: se non intervenite per fermarli, voi che potete, siete complici, è impossibile che non vi rendiate conto”. Chirac non si rendeva conto, e non solo lui. Una settimana dopo la morte di Alex ci fu la carneficina di Srebrenica. Con parole terribilmente profetiche, Langer aveva così concluso il suo ultimo scritto, pubblicato postumo, nel luglio 1995, e ora nel volume “La scelta della convivenza” (edizioni e/o): “Con che faccia continueremo a blaterare di Onu e Osce come futura architettura di pace e di sicurezza, se poi i soldati dell’Onu diventano ostaggi e il loro mandato consente loro solo la forza necessaria per proteggere se stessi e i loro compagni?”. Pochi giorni dopo ci fu il genocidio di Srebrenica, ma Langer era già morto e questo estremo orrore gli fu risparmiato.

Uomo del dialogo Alexander Langer lo fu anche nei confronti della sinistra comunista e post-comunista. Dopo lo scioglimento del Pci e la costituzione del Pds e dopo la sconfitta dei “Progressisti” di Occhetto e Bertinotti nelle elezioni politiche del marzo 1994 ad opera di Forza Italia di Berlusconi e dei suoi alleati, si aprì un dibattito sulla ricerca di un nuovo leader anche al di fuori dello schieramento di partito e si parlò (da parte di Ezio Mauro, allora a LaStampa) della necessità o possibilità di un “papa straniero”, come era avvenuto per la Chiesa cattolica con l’elezione del polacco Giovanni Paolo II. Langer scrive allora una lettera aperta al Pds, che non a caso soltanto il settimanale satirico Cuore decide di pubblicare, il 25 giugno 1994, sotto il titolo “Voglio quel posto a Botteghe Oscure”. In questa lettera si legge una analisi, che trova ancor oggi una straordinaria attualità, a distanza di 21 anni: “Una riedizione della coalizione progressista o di altri consimili cartelli non riuscirà a convincere la maggioranza degli italiani a conferirle un incarico di governo. Ci vuole una formazione meno partitica, meno ideologica, meno verticistica e meno targata ‘di sinistra’. Ciò non significa che bisogna correre dietro ai valori ed alle finzioni della maggioranza berlusconiana, anzi. Occorre un forte progetto etico, politico e culturale, senza integralismi ed egemonie, con la costruzione di un programma e di una leadership a partire dal territorio e dai cittadini impegnati, non dai salotti televisivi o dalle stanze dei partiti. Bisogna far intravvedere l’alternativa di una società più equa e più sobria, compatibile con i limiti della biosfera e con la giustizia, anche tra i popoli”. Sulla base di questa premessa, Langer indica quelli che ritiene gli interlocutori privilegiati a cui rivolgersi: “Da molte parti si trovano oggi riserve etiche da mobilitare che non devono restare confinate nelle ‘chiese’, e tantomeno nelle sagrestie di schieramenti ed ideologie. Ma forse bisogna superare l’equivoco del ‘progressismo’: l’illusione del ‘progresso’ e dello ‘sviluppo’ alla fin fine viene assai meglio agitata da Berlusconi. Per aggregare uno schieramento nuovo e convincente bisognerà saper sciogliere e coagulare, unendo in modo saggio radicalità e moderazione”

Negli anni ’80 e ’90 (fino alla morte) Alexander Langer ha saputo dialogare e interagire con tutte le principali associazioni ambientaliste ed ecologiste italiane ed internazionali, avendo un rapporto particolare con WWF e Legambiente e con la rivista La Nuova Ecologia, alla quale collaborerà a più riprese. Ebbe un ruolo importante al “Summit della Terra”, la Conferenza mondiale sull’ambiente di Rio de Janeiro del 1992, stringendo rapporti con molte organizzazioni internazionali ecologiste e del commercio equo e solidale. Nelle ultime settimane della sua vita si era particolarmente impegnato per organizzare l’iniziativa “Euromediterranea” a Palermo, in alternativa all’iniziativa europea “ufficiale” di Barcellona, che riteneva radicalmente insufficiente (e che tale si dimostrò). Anche su questo terreno, rispetto al dialogo con tutti i popoli del Mediterraneo, egli si era dimostrato lungimirante e “profetico”, tanto più se si riflette sulla realtà attuale, a venti anni di distanza. Purtroppo questa iniziativa non riuscì a portarla in porto: la sua ultima telefonata, quel tragico 3 luglio 1995, fu proprio rivolta al suo giovane collaboratore di Bruxelles, il sudtirolese Uwe Staffler, con la quale, a lui ignaro di quanto stava per succedere, Alex impartì le sue ultime direttive per meglio realizzare l’impegno di Palermo. Dopo quella telefonata il suo telefonino tacque per sempre. E ogni anno, nell’anniversario della sua morte, il “Premio internazionale Alexander Langer” viene attribuito dalla omonima Fondazione di Bolzano (oggi presieduta dal suo “antico” e principale collaboratore Edi Rabini) in occasione di una iniziativa che continua a chiamarsi “Euromediterranea”, quasi a raccogliere le ultime indicazioni come il testimone di una ideale staffetta

Sono molti i “luoghi politici e culturali” nei quali Alexander Langer – nella sua pur breve, ma così intensa esistenza – ha espresso il suo impegno politico, culturale e anche religioso e la sua apertura al dialogo e al confronto: 1. Il mondo cattolico e cristiano e le altre religioni. 2. I movimenti studenteschi attorno al ’68. 3. La sinistra extra-parlamentare negli anni ’70. 4. La “nuova sinistra” a cavallo tra gli anni ’70 e ’80. 5. I Verdi e il movimento eco-pacifista negli anni ’80 e ‘90. 6. La galassia delle associazioni ambientaliste. 7 La sinistra storica. 8. Il Partito radicale e l’universo radicale in genere (comprese le iniziative referendarie). 9. Il Movimento nonviolento. 10. Le aree “conservatrici” attente alle tematiche ambientali ed ecologiche. Dopo la sua morte, venne ritrovato un suo breve testo inedito, scritto in tedesco, nel quale il 4 marzo 1990 rivolgeva a se stesso alcune domande politiche ed esistenziali. L’elenco di queste Fragen, per lo più ciascuna di poche parole, si concludeva con una più lunga, rileggendo la quale viene da chiedersi se non stesse già cominciando allora in lui quella riflessione e quella crisi interiore, che cinque anni dopo lo portò alla scelta estrema: “Tu che ormai fai ‘il militante’ da oltre 25 anni e che hai attraversato le esperienze del pacifismo, della sinistra cristiana, del ’68 (già ‘da grande’), dell’estremismo degli anni ’70, del sindacato, della solidarietà con il Cile e con l’America Latina, col Portogallo, con la Palestina, della nuova sinistra, del localismo, del terzomondismo e dell’ecologia – da dove prendi le energie per ‘fare’ ancora?”

Solve et coagula”: una formula latina dell’antica alchimia, spesso ripetuta anche in italiano (come nella lettera aperta al Pds del 1994), con la quale cercava di impedire le sclerotizzazioni partitiche e invitava a rendere “bio-degradabili” anche i movimenti e le forze politiche a cui lui stesso apparteneva. 7. “Lentius, profundius, suavius” (“più lentamente, più profondamente, più dolcemente”): era il motto che Langer proponeva in contrapposizione al motto olimpico “Citius, altius, fortius” (“più veloce, più alto, più forte”) e che ritornerà in molti suoi scritti degli ultimi anni

Se il decalogo sulla convivenza può essere considerato il suo capolavoro dal punto di vista “teorico”, c’è un altro suo testo di straordinaria bellezza, anche dal punto di vista letterario, che meriterebbe di comparire a pieno titolo nelle antologie scolastiche: la lettera indirizzata al “Caro San Cristoforo”, un testo del 1990 al tempo stesso “poetico”, ma anche pervaso delle principali tematiche ecologiche che Langer era venuto elaborando nell’arco di un decennio. Compare già allora un interrogativo radicale: “Perché mi rivolgo a te alle soglie dell’anno 2000? Perché penso che oggi in molti siamo in una situazione simile alla tua, e che la traversata che ci sta davanti richieda forze impari, non diversamente da come a te doveva sembrare il tuo compito in quella notte, tanto da dubitare di farcela. E che la tua avventura possa essere una parabola di quella che sta dinnanzi a noi” (riportata in Il viaggiatoreleggero, cit.,p. 329). Questo interrogativo diventa drammatico due anni dopo, quando il 21 ottobre 1992, su il Manifesto, conclude con queste parole il suo articolo “Addio, Petra Kelly”, dedicato alla leader verde tedesca morta in un tragico omicidio-suicidio col compagno Gert Bastian: “Forse è troppo arduo essere individualmente degli Hoffnungsträger, dei portatori di speranza: troppe le attese che ci si sente addosso, troppe le inadempienze e le delusioni che inevitabilmente si accumulano, troppe le invidie e le gelosie di cui si diventa oggetto, troppo grande il carico di amore per l’umanità e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono, troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere” (riportato in Il viaggiatore leggero, cit., p.85). Dopo la sua morte, in molti hanno condiviso questa riflessione di Adriano Sofri: “Le pagine di Alexander in memoria di Petra Kelly ci sembrano oggi la migliore descrizione della sua propria disperazione, e confermano come il suo gesto, così inaspettatamente sconvolgente, venisse da lontano”

Il 21 ottobre 1993 Langer aveva scritto privatamente a Eva Pattis: “La mia vita si è fatta molto difficile negli ultimi mesi, sono – o mi sento – impegnato da tante parti e ciò ha portato con sé crisi e angosce”. Nel febbraio 1994, prima del secondo mandato europeo, aveva detto: “Penso di aver compiuto un periodo di servizio sufficientemente lungo da poter desiderare un periodo sabbatico”. A Mao Valpiana, confidenzialmente, confessava: “Tutti cercano risposte da me, ma io non ho risposte nemmeno per me stesso”. Alla fine del 1994, in una lettera rivolta ad una più ampia cerchia di amici, con la quale accompagnava il dono di un abbonamento alla rivista Una città, a lui molto cara, scriveva: “Personalmente ho passato un periodo di transizione assai travagliato” e “ancora non so dove questa transizione ci/mi porterà: il bisogno di una nuova sponda per un impegno sociale e politico, che continuo a ritenere di grande (ma non esagerata) importanza, resta più che mai aperto e non conosce scorciatoie progressiste né rassicuranti giaculatorie verdi”. Nel maggio 1995, aggiornando un testo sulla figura biblica di Giona e dedicandolo alla memoria del vescovo di Molfetta, Tonino Bello, scriveva: “Davvero non si sa dove trovare le risorse spirituali per cimentarsi su un terreno sempre più impervio. Non sarà magari più saggio abbandonare un campo talmente intossicato da non poter sperare in alcuna bonifica, e coltivare – semmai – altrove nuovi appezzamenti, per modesti che siano?”. E aggiungeva, quasi parlando a se stesso: “Non so come don Tonino abbia deciso di fare il prete e il vescovo. Non so se abbia mai sentito forti esitazioni, l’impulso di dimettersi, una sensazione di inutilità del suo mandato” (testi riportati nella mia introduzione a Le parole del commiato, cit. pp. 8-14). Mancavano solo due mesi a quelle che sono state definite le sue “estreme dimissioni”. Dopo averci a lungo pensato, dopo aver vagliato ogni alternativa possibile, quando Alexander Langer ha finalmente deciso di andarsene “altrove”, se ne è andato davvero e per sempre. A chi ancora oggi si interroga sulla sua tragica scelta, non resta che rileggere il suo estremo messaggio: “Ich derpack’s einfach nimmer/Non ce la faccio più”.