COP23: l’evidenza del disastro che ci aspetta non basta a smuovere i governi

L'articolo della Co-Presidente dei Verdi Europei Monica Frassoni per racontare l'esito delle trattative in corso alla COP23 di Bonn
cop23 chiusura

Stamattina alle 5, un po’ in ritardo sul previsto, ma in linea con le abitudini notturne di ogni negoziato internazionale, si sono concluse a Bonn le due settimane annuali della Conferenza delle parti (Cop23), cioè la vasta assemblea composta da tutti i paesi firmatari del Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. La Cop23 era presieduta dal governo delle Fiji, per la prima volta perciò da un paese che vede avvicinarsi sempre più velocemente la prospettiva di sparire sommerso dall’oceano. Dopo il risultato storico della firma e la ratifica a tempo di record dell’Accordo di Parigi, che entrerà in vigore nel 2020, la sfida è quella di assicurare al mondo gli strumenti, le regole, le risorse finanziarie e tecnologiche, i compiti reciproci di ogni paese e regione per riuscire a raggiungere l’indispensabile obbiettivo di limitare il riscaldamento del pianeta a un livello “ben inferiore ai 2°”facendo pero ‘ sforzi per arrivare a un massimo di 1,5° (riduzione del 70% rispetto ai livelli del 2010 entro il 2050) .

Il punto di partenza è che gli impegni che tutti i paesi hanno finora preso in materia di riduzione delle emissioni, dalla Ue, alla Cina, agli Usa sono assolutamente insufficienti; le risorse per mitigare i danni già avvenuti e prevedibili e adattarsi alla realtà di un clima sregolato sono scarse. Se, come ha sottolineato l’Onu, la “catastrofica inerzia” dei governi non cambierà molto rapidamente, saremo a fine secolo di fronte ad un disastroso aumento della temperatura di 3°.

Che fare allora? Cop23 si è faticosamente accordata sull’avvio di un processo di revisione al rialzo degli impegni di riduzione a partire dal prossimo anno (il cosiddetto “Talanoa dialogue”) e di sostegno finanziario ai paesi più vulnerabili; processo che sarà, si spera, finalizzato alla Cop24 prevista l’anno prossimo in Polonia.

Il processo negoziale si annuncia molto complicato, per molte ragioni. La prima è che è molto difficile accordarsi su impegni comuni, controlli, verifiche e sanzioni “sovranazionali”; la seconda è che l’urgenza di un’azione forte e decisa è incredibilmente poco percepita dal mondo politico e mediatico. Nonostante l’evidenza dei fenomeni, la spinta sempre più forte del mondo delle imprese, i giganteschi passi avanti di tecnologie alternative come rinnovabili ed efficienza energetica, che hanno già dimostrato di potere assorbire forza lavoro e ridurre le emissioni in modo efficace e con costi in costante riduzione, e la pressione dell’opinione pubblica, ancora non ci siamo. Ogni piccolo avanzamento costa mille discussioni e l’evidenza del disastro che ci aspetta non basta a smuovere i governi.

L’Europa, in assenza degli Usa, cerca di mantenere alta la bandiera della sua leadership verde, ma al suo interno è divisa, anche a causa dell’impatto di potenti e danarose lobbies, prima fra tutte l’ENI e le altre imprese fossili, che sanno che il mondo sta cambiando e cercano di strappare qualche ultimo miliardo di profitti e ritardare scelte indispensabili e già possibili. L’Italia, da parte sua, combina un discorso relativamente virtuoso, ma in sé abbastanza irrilevante, in sede internazionale con un atteggiamento non costruttivo in sede europea e ambiguo nel dibattito nazionale, scarso e disinformato, che c’è intorno a questi temi.
Nel lavoro in corso a Bruxelles sulle nuove direttive su rinnovabili ed efficienza energetica, l’Italia, che con il suo tessuto di piccole e medie imprese avrebbe tutto da guadagnare da una crescita del business “verde”, ha posizioni di freno del fronte più avanzato, rappresentato dal Parlamento europeo, dalla Commissione, da Francia e Germania, ed è spesso più vicina alla Polonia e ai paesi dell’Est, convinti assertori del fatto che la de-carbonizzazione dell’economia è un lusso da ricchi occidentali.

La Strategia Energetica Nazionale recentemente lanciata, pur dichiarando opportunamente l’uscita dal carbone entro il 2025, coltiva la priorità per l’Italia di diventare un “hub” del gas, perché in fondo anche il gas è un po’ verde: in questo modo frena e limita le prospettive di investimento in rinnovabili ed efficienza e manda segnali contrastanti quanto al reale impegno del governo a rispettare gli impegni di Parigi: tanto è vero che nei primi sei mesi del 2017 il contributo delle energie rinnovabili alla produzione energetica in Italia è calato del 5% rispetto al 2016 e le emissioni sono tornate a crescere dopo 25 di calo ininterrotto. Il dibattito elettorale non sta per nulla prendendo sul serio questo tema, che è peraltro strettamente collegato a quelli del consumo del suolo, della gestione dell’acqua e della mobilità, dell’inquinamento dell’aria, dello spreco di cibo e della produzione agricola.

Lungi da essere tematiche secondarie, le scelte sul clima sono invece quelle che definiranno il nostro futuro: le soluzioni ci sono e molto si può fare. Sarà bene che tutti, ma prima di tutto media e politica, comincino a rendersene conto.

di Monica Frassoni – co-presidente del Partito Verde Europeo

Questo articolo è uscito su www.greenreport.it

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