Cosa abbiamo fatto per la salvaguardia della fauna selvatica?

Quali saranno i risultati ottenuti che le Nazioni Unite vedranno alla fine della "decade della biodiversità 2011 - 2020"? Per la fauna selvatica forse non è stato fatto abbastanza
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Cosa abbiamo fatto per la salvaguardia della fauna selvatica?
Ce lo chiederanno le Nazioni Unite al termine della “decade della biodiversità 2011-2020”

Cementificazione e frammentazione degli habitat ad opera delle moderne infrastrutture; inquinamento dell’aria, dei terreni e delle falde acquifere conseguenti alle attività antropiche; agricoltura e allevamento animale intensivi per soddisfare i fabbisogni di una popolazione umana crescente e con una cultura alimentare basata prettamente sul consumo dei prodotti di origine animale; super sfruttamento delle risorse naturali ai fini commerciali basata sulle rigide logiche di mercato; incendi e degrado delle aree forestali conseguenti alle necessità criminali; introduzione di specie aliene ed invasive derivate dall’ignoranza delle interazioni biologiche; sono solo alcune delle pressioni che subisce la fauna selvatica indigena.
L’Italia ha come mission prioritaria la tutela degli animali selvatici che, in quanto patrimonio indisponibile dello Stato, sono considerati interesse della comunità nazionale ed internazionale (Legge 157/1992).

L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) rappresenta, in Italia, il più alto baluardo per la conservazione della fauna selvatica ma, a tutt’oggi, nonostante i suoi ricercatori ne studino lo stato, l’evoluzione ed i rapporti con le altre componenti ambientali, non è in grado di quantificare con precisione la consistenza di tutte le popolazioni selvatiche presenti sui diversi territori regionali. Fermo restando l’utilità delle stime prodotte dall’ISPRA, dei risultati scaturiti dalle attività di ricerca in campo ecologico, etologico, veterinario e genetico, i risultati ottenuti a livello centrale non riescono a soddisfare né le esigenze dei cacciatori né quelle degli animalisti. Le collaborazioni con le Università, gli organismi di ricerca nazionali ed internazionali, le Regioni, le Province e le Città Metropolitane, non sembrano sufficienti ad esempio a quantificare il numero di cinghiali presenti sul territorio della Campania tanto da rendere contestabili i piani di “Contenimento” proposti da parte di chi ne vuole ridurre il numero perché “sono troppi” o da chi, a prescindere, “è contrario alla caccia”.

L’istituzione di una “agenzia per il monitoraggio e la gestione dell’agro-ecosistema” è la proposta concreta che i “Verdi della Campania”, in linea con l’indirizzo strategico per lo sviluppo rurale regionale (2014-2020) ed il “Piano strategico per l’innovazione e la ricerca nel settore agricolo, alimentare e forestale” 2014-2020, indicano quale mezzo per raggiungere gli obiettivi strategici del Paese (DM n. 7139 del 01/4/2015) e per garantire una sufficiente presenza nei territori agro-silvo-pastorali di popolazioni sane delle diverse specie selvatiche.

L’istituzione in ciascuna Regione di un’agenzia per il monitoraggio e la gestione dell’agro-ecosistema, implementerebbe istituzionalmente gli Istituti Faunistici già presenti e, in accordo con la normativa vigente, ridurrebbe drasticamente il numero di animali abbattuti attraverso la barbara pratica della caccia incentivando, allo stesso tempo, la partecipazione delle popolazioni rurali al processo di sviluppo sostenibile e di conservazione degli ambienti (agricoli, forestali e pastorali) contenendo così la perdita di biodiversità sia nelle aree protette (Parchi, SIC, ZPS, ZSC) sia in quelle non protette.

La scottante realtà del fallimento dei risultati attesi dall’ONU nel 2010, con ”l’anno internazionale della biodiversità”, impongono una nuova visione della gestione dei territori non urbanizzati e la necessità di proporre strutture territoriali con lo specifico obiettivo di fungere da trait d’union tra il “territorio” e le “scrivanie” e che siano in grado di sommare le azioni intraprese dai singoli (agricoltori, allevatori), dai gruppi d’interesse (associazioni di categoria, associazioni ambientaliste/animaliste, gruppi sportivi, gruppi di azione sociale), dagli operatori territoriali (turismo rurale e turismo ambientale), dalle istituzioni di controllo pubbliche (amministrazioni centrali e territoriali/demanio), dagli organismi di ricerca (istituzioni universitarie, istituzioni di ricerca scientifica).

La conoscenza in tempo reale della situazione della biodiversità regionale contribuirà, in maniera significativa a ridurne la perdita e ad avvicinarsi ai tre obiettivi principali della “Convenzione sulla Diversità Biologica”: 1) conservazione della biodiversità; 2) uso sostenibile della biodiversità; 3) ripartizione giusta ed equa dei benefici derivanti dall’uso delle risorse genetiche.

Il perseverare dell’attuale immobilismo nei confronti delle politiche ambientali, si risolverebbe nell’arrivare impreparati al termine della “decade della biodiversità 2011-2020” (oramai quasi scaduto) dove le Nazioni Unite chiederanno al mondo e quindi anche all’Italia, cosa ha fatto per ridurre le perdite di biodiversità sul Pianeta Terra e per vivere in armonia con la natura.

A cura di Luigi Esposito – Responsabile Nazionale dei Verdi per la Fauna e le Specie Aliene

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