Il Pd ora parla di ambiente, ma fa i conti senza l’oste.

Le differenze tra noi e il Pd ci sono, e numerose. Penso all’Ilva di Taranto e alle posizioni di Carlo Calenda, aggressivo difensore della sua esistenza in vita.

L’intervista di Repubblica a Walter Veltroni, apparsa domenica 28 luglio, pone due problemi politici, tra gli altri.

Il primo è tutto interno al Pd, il partito che ha scambiato la centralità con l’immobilità, e che oggi tenta di accreditarsi come forza sensibile alle tematiche ambientaliste. Nulla di più falso. Per non andare troppo indietro nel tempo, basterà ricordare il Sì alla Tav sbandierato con furore nella recente campagna elettorale di Sergio Chiamparino in Piemonte. Un abbraccio mortale al partito del Pil a tutti i costi, che non gli ha evitato una bruciante sconfitta. O il boicottaggio al referendum sulle trivelle: il Pd dovrebbe chiedere cosa ne pensano di quella presa di posizione i tanti ambientalisti italiani, o i giovani del Fridays for Future.

Anche il secondo punto è tutto interno al Pd. Ma è più sottile e punta a emarginare dal dibattito interno quel che rimane, ben poco, del renzismo in rotta, al netto delle vicende giudiziarie del padre di Matteo Renzi. Missione compiuta, per ora.

Ma l’intervista a uno dei padri nobili del Pd, all’uomo del Lingotto di Torino, ci dice anche, in tutta evidenza, qual è la concezione politica del Pd: autoritaria e novecentesca. Veltroni vuole un nuovo partito verde saldamente inserito nel centrosinistra. Non è una novità. Anche Beppe Sala, sindaco di Milano, ha in animo di lanciare sul mercato della politica cittadina un partito ambientalista del Sì. In altre parole, “siamo noi del Pd a dare patenti di ambientalismo a chi ci garba”. Un atteggiamento di palese arroganza.

Sarebbe stato un gesto di lungimiranza politica, oltre che di cortesia istituzionale, provare a interloquire con i due co-portavoce nazionali della Federazione dei Verdi, Matteo Badiali e la sottoscritta. Non è accaduto. Avremmo potuto spiegare al Pd quali danni potrebbe produrre l’autonomia delle regioni in materia ambientale o quanto siano sbagliati e anacronistici i 18 miliardi di soldi pubblici che lo Stato spende per gli incentivi alle fonti fossili. Avremmo potuto ricordare a Nicola Zingaretti che non è con le sue nuove leggi sui parchi e sul paesaggio che si difende il territorio; avremmo potuto ricordare a Veltroni e soci che alle Europee Europa Verde, di cui i Verdi sono parte integrante e necessaria, ha ottenuto il 2,3% dei voti, quattro volte più della tornata precedente.

Ma non è questo il punto. I Verdi sono in campo da vent’anni. Hanno scritto pagine nobili (il nostro Paese non avrebbe un sistema di parchi e di aree protette, una legge sui rifiuti, una sull’agricoltura biologica, e molte altre leggi frutto del lavoro dei Verdi in Parlamento) e altre meno nobili (chi è senza peccato scagli la prima pietra), nella storia del nostro paese. Siamo vivi, nonostante tutto e tutti, e pronti a dare una mano a questo centrosinistra in palese affanno, a patto che ci sia rispetto reciproco. La vocazione maggioritaria del Pd era discutibile con un Pd al 40%. Ora che è al 20 può soltanto indurre un sorriso malinconico (la prima volta è una tragedia, la seconda una farsa, diceva Karl Marx) e un bilancio disarmante: intorno al Pd le forze alleate sono ridotte al lumicino, cannibalizzate dal maggior azionista di riferimento che rischia ora di bloccare l’intero sistema avverso al governo giallonero. Provocazione per provocazione, l’implosione del Pd potrebbe rivelarsi salutare per sbloccare un’opposizione senza argomenti.

Le differenze tra noi e il Pd ci sono, e numerose. Penso all’Ilva di Taranto e alle posizioni di Carlo Calenda, aggressivo difensore della sua esistenza in vita. Noi la pensiamo agli antipodi: riguardatevi le mie dichiarazioni o quelle di Angelo Bonelliche circolano in rete: tra la borsa e la vita noi sceglieremo sempre la vita. Ma, visto che non piacciono al Pd, il partito delle trivelle o della Tap o dello Sblocca Italia, o dei condoni edilizi in Campania, o dei Daspo urbani, queste dichiarazioni non hanno diritto di cittadinanza. E si preferisce dipingerci come quelli del No, una lettura caricaturale e di comodo. Perché noi diciamo Sì alle rinnovabili, all’economia circolare, alla messa in sicurezza del territorio nazionale, allo sviluppo del sistema ferroviario, alla Tav del sud.

E, a proposito di Europa, insieme ai Verdi Europei (partito di cui i Verdi italiani sono tra i fondatori) continueremo il nostro cammino con le altre forze che hanno dato vita a Europa Verde, un progetto entusiasmante che sta già mettendo radici sui territori, raccogliendo persone che vogliono “fare” e sviluppando temi e proposte. Non sarà una fusione a freddo, di vertici, ma un movimento che ha l’intento di mettere insieme le migliori energie ambientaliste presenti nella società, e con l’ambizione di sfidare il comune sentire e i luoghi comuni spacciati per verità. Già a settembre daremo avvio ai primi convegni, a seminari, a proposte di legge di iniziativa popolare, a iniziative territoriali e, soprattutto, a una grande festa verde che raccoglierà il meglio dell’ambientalismo italiano. Perché, lo abbiamo visto, l’emergenza climatica non si risolve con gli slogan e con le Leopolde: per essere risolta ha bisogno di coraggio e di cambi di rotta.

Elena Grandi

Articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano

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