Il ritorno dei Verdi: è solo una suggestione?

Una riflessione di Marco Monzali, con un quadro sullo stato delle cose dei Verdi e gli ecologisti in Italia
Il ritorno dei Verdi

A sei mesi dalle elezioni europee e amministrative, con un quadro politico che è tra i più sconfortanti che si siano mai visti, il pensiero dei tanti che, come me, sono ricchi di buona volontà e di sana coerenza, vaga alla ricerca di una via di uscita, di una soluzione anche parziale al triste stato delle cose.

Tra le tante cose che girano in questi tempi sciagurati una merita, a mio parere e mio gusto, più attenzione delle altre: la ripresa di interesse verso i partiti ecologisti.

E’ un vento che viene dal Nord, specificamente dalla Germania, le cui ultime consultazioni regionali hanno registrato un boom dei Grunen, arrivati ad essere il secondo partito in land importanti come la Baviera o il Baden-Wuttenberg, dati confermati dai sondaggi nazionali che danno i verdi tedeschi oltre il 20% e stabilmente sopra l’SPD.

E’ un dato nazionale, intendiamoci, che riflette una situazione molto specifica: in Germania i Verdi sono almeno da 35 anni una presenza forte e consolidata, sempre presente al Bundestag e nella maggioranza dei parlamenti regionali, spesso al governo, e in un Paese in cui la cultura ambientalista è sempre stata molto diffusa, anche oltre i confini degli stessi Grunen.

Negli altri paesi europei, soprattutto quelli mediterranei, la situazione è ben diversa, a cominciare dal nostro dove i verdi dagli anni ’90 in poi non hanno mai superato la soglia del 3% nazionale. Le ragioni sono molteplici, dalla predominanza assoluta nella sinistra della cultura marxista a una serie di errori e carenze dello stesso Sole che Ride (mancanza di leadership, eccesso di litigiosità interna, scarso rapporto con l’associazionismo, ecc..). La nascita del PD con la conseguente fine della stagione delle grandi coalizioni progressiste ha poi inferto il colpo finale ai Verdi, riducendo ulteriormente il loro consenso elettorale e condannandoli all’irrilevanza.

Molti di questi elementi sussistono ancora e non testimoniano a favore di una possibile rinascita dell’ecologismo politico italiano. Qualche novità però rispetto al quadro di 10/15 anni fa c’è. Innanzitutto la crisi complessiva della sinistra, di TUTTA la sinistra, da quella ipermoderata di stampo renziano a quella più radicale. In soldoni, i competitor interni si sono indeboliti, lo spazio politico potenziale è aumentato. La seconda è che l’esempio tedesco, pur particolare, indica un modo nuovo e diverso di agire politicamente sulla base di valori forti, riconoscibili e attuali.

Insomma, dei Verdi si torna a parlare dopo anni di silenzio. Ma è concretamente praticabile questa strada o siamo di fronte all’ennesima suggestione dettata dalla disperazione? Dare una risposta definitiva a questo quesito è, allo stato dell’arte, pressochè impossibile. Proviamo però ad abbozzare qualche riflessione a proposito.

Cominciamo innanzitutto ad esaminare una questione su cui l’ambientalismo italiano (e non solo italiano) si è dilaniato per anni, fin dai suoi primi passi: ma l’ecologismo è di destra o di sinistra?

Bobbio stesso sosteneva, nel suo famoso saggio “Destra e Sinistra”, che l’ambientalismo proponeva un diverso sistema di ascisse e ordinate rispetto al sistema tradizionale di classificazione del dualismo destra-sinistra.

Che le istanze ambientali siano infatti per loro natura trasversali agli schieramenti tradizionali è senz’altro vero e in alcuni specifici settori (penso soprattutto all’animalismo) ancora di più. Ma una cosa è la teoria, l’altra è la situazione reale che il quadro politico ti propone.

In molti Paesi, a cominciare dalla citata Germania, il versante moderato non è alieno dal recepire politiche e provvedimenti di difesa ambientale. In Italia no, è un dato di fatto. Per sua specifica tradizione (pensiamo solo al rapporto tra il fascismo e il futurismo), la destra italiana è visceralmente antiambientalista, fatte salve pochissime eccezioni. La sinistra offre oggettivamente un quadro migliore, una maggiore attenzione alle considerazioni ecologiste. Migliore ma non senza molte zone d’ombra.

Lo sviluppismo più sciagurato alligna in molte sacche della sinistra storica, sia sul versante riformista che su quello massimalista, entrambe affette da quell’antico vizio che si chiama economocentrismo. Esempi se ne possono citare a bizzeffe, dai vari scempi urbanistici commessi negli anni (passati e meno passati) dalle giunte di sinistra a quel tarlo mentale presente in parte della sinistra più radicale, per la quale la difesa dell’ambiente è essenzialmente una specie di bene di lusso coltivato da frange della borghesia illuminata, un qualcosa, come direbbero loro, di “sovrastrutturale”. L’esempio perfetto è lo sciagurato progetto dell’ampliamento di Peretola, sostenuto in ticket da Renzi e Rossi, il primo PD, il secondo MDP. Resta però il fatto è che la collocazione obbligata dei Verdi in Italia (e non solo) pende, per forza di cose, più a sinistra che a destra.

C’è poi il caso dei Cinquestelle, per i quali vale la definizione geniale di “estremo centro” fatta da un giovane giornalista pratese, Carlandrea Adam Poli. I grillini infatti si dichiarano ambientalisti, tanto da inserire appunto tra le cinque stelle proprio la tutela dell’ambiente. Un elemento che ha sicuramente esercitato una fascinazione di buona parte del mondo ambientalista verso l’M5S. La pratica politica si è, ahinoi, però rivelata assai diversa: a Roma il governo giallonero ha varato il condono per Ischia, a Prato i grillini si oppongono alla più importante battaglia ambientalista degli ultimi anni, quella per la nascita del Parco Urbano nell’area del vecchio ospedale. Due elementi che rendono al momento impossibile qualsiasi ipotesi di intesa con i pentastellati.

La citazione del caso del Parco Urbano ci porta alla parte finale di questo lungo articolo: come dovrebbe caratterizzarsi una rinata Lista Verde nel nostro territorio?

Innanzitutto dotarsi di un forte impianto valoriale. I cinque cardini dovrebbero essere questi:

  • La salvaguardia ferrea dell’ambiente e del nostro patrimonio architettonico e naturale. La bellezza è a tutti gli effetti un obiettivo politico, la sua valorizzazione un dovere che abbiamo innanzitutto verso le generazioni future
  • In tema di immigrazione, la scelta chiara e non ambigua verso le politiche di accoglienza e inclusione, partendo dal principio che migrare è un diritto
  • La difesa dei diritti dei lavoratori, di tutti i lavoratori, a cominciare da quelli, soprattutto giovani e donne, costretti ad accettare rapporti di lavoro precari e malpagati senza nessuna garanzia;
  • La difesa e il rafforzamento del sistema del welfare costruito nella Prima Repubblica, che ha garantito e protetto generazioni di italiani, a cominciare dagli appartenenti alle classi più disagiate
  • La difesa e l’estensione dei diritti civili in opposizione a qualsiasi idea di Stato monoetico, consci che ognuno di noi, è in qualche modo, per varie ragioni e per motivi diversi, esso stesso minoranza

In parole povere, la società aperta, multiculturale e solidale teorizzata da Karl Popper

Su questi cinque principi occorre la massima intransigenza, non sono contemplabili ammorbidimenti dovuti a motivazioni e considerazioni tattiche. I Verdi non potrebbero perciò mai allearsi con chi, tanto per fare due esempi assolutamente non casuali, sia contrario al Parco Urbano o sia contro l’applicazione piena della 194. All’interno di questa cornice, e con la precisazione di cui sopra, ben venga il confronto.

Sì, sarebbe bello ricostituire i Verdi a Prato e non solo a Prato. Per ora è solo un’idea, un’aspirazione, un moto dello spirito ma forse vale la pena di fare un tentativo.

Marco Monzalitratto da qui

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