Luigi Bobbio, protagonista del ’68 e di Lotta continua, docente di Scienza politica

L'articolo di Marco Boato in memoria del prof. Luigi Bobbio, morto nella notte tra l'8 e il 9 Ottobre 2017 uscito sulla rivista Il Dubbio
luigi bobbio

La tristissima notizia della morte improvvisa di Luigi Bobbio, nella notte tra l’8 e il 9 ottobre nella sua Torino, ha lasciato sconcertato e profondamente addolorato me e i tanti suoi amici e antichi “compagni” del Movimento studentesco del ’68 e poi di Lotta continua negli anni ’70, oltre che gli amici e colleghi del suo successivo percorso di studioso e di docente universitario di Scienza politica.

Quando ieri mattina mi è giunta l’annuncio della sua morte con un messaggio di un comune amico, lo storico torinese Giovanni De Luna (che con lui aveva fatto parte sia del movimento del ’68 a Palazzo Campana, sia di Lotta continua, oltre che essere stato suo collega all’università di Torino), stavo lavorando, come da alcuni mesi a questa parte, alla scrittura di un mio libro in occasione del prossimo cinquantenario del ’68. E quindi in tutto questo periodo avevo ritrovato, non solo nella mia memoria personale, ma anche nella rivisitazione di libri e riviste riferiti a quel periodo “epocale” della storia italiana e internazionale, innumerevoli volte il nome di Luigi Bobbio (spesso accoppiato a quello di Guido Viale), per suoi articoli, interventi e saggi riguardanti le vicende del Movimento studentesco, prima, e dell’organizzazione della sinistra extra-parlamentare Lotta continua, dopo.

Mi ero quindi trovato, scrivendo questo libro, a “interloquire” mentalmente anche con lui, con le nostre comuni esperienze di studenti “contestatori” prima e di militanti “rivoluzionari” successivamente, che avevano segnato la nostra giovinezza 50-40 anni fa, insieme a quella di un’intera generazione di “ribelli”, che oggi si ritrova poco sopra o poco sotto i 70 anni (Luigi e io siamo nati entrambi nel 1944, nella fase finale della seconda guerra mondiale). Ma si trattava di una sorta di “dialogo mentale” con una persona ancora viva e presente, in modo critico e anche autocritico, nella serenità del distacco “storico”. Purtroppo ora non si tratta più di un “distacco” intellettuale, ma di un congedo definitivo dalla vita.

Mi era già accaduto con altri protagonisti del ’68 e di Lotta continua, come Mauro Rostagno (ucciso dalla mafia il 26 settembre 1988, nel ventennale del ’68), Alexander Langer (morto volontariamente il 3 luglio 1995, durante la tragedia della Bosnia di allora), Silvano Bassetti (che era stato l’ultimo segretario nazionale dell’Intesa universitaria e poi leader del movimento di Architettura a Milano, morto nel 2008, quarantennale del ’68, quando era stato per vari anni assessore all’urbanistica del comune di Bolzano). E purtroppo penso anche a molti altri, magari meno noti, che ormai non ci sono più, ma che hanno vissuto intensamente e pienamente quella stagione della loro giovinezza.

Dell’esperienza del Movimento studentesco e di Lotta continua, ad esempio, Silvano Bassetti – che poi aveva avuto un suo percorso politico nei Democratici di sinistra e nella primissima fase del Partito democratico, appena nato – aveva scritto con semplicità e serenità in un suo blog personale: “Di quella stagione della mia giovinezza porto i segni indelebili di una formazione umana, culturale e politica, che considero tra le cose più preziose e care della mia vita. Non me ne nascondo gli errori e le contraddizioni tipici di una transizione epocale, ma non ne rinnegherò mai gli ideali di libertà, di giustizia e di solidarietà, che ne hanno costituito la molla essenziale”.

Anche Adriano Sofri, che aveva avuto diretti rapporti col Movimento studentesco di Palazzo Campana a Torino e poi alla Fiat durante l’”autunno caldo” del 1969, nella fase di formazione di Lotta continua, aveva avuto con Luigi Bobbio una comunità di esperienze, che cominciarono proprio nel ’68. E in occasione del ventennale, aveva scritto: “Giovane, scanzonata, quella generazione aveva però un carattere essenziale: la serietà. Prendeva le cose sul serio: il razzismo, la povertà, l’imperialismo, la differenza tra lavorare con le mani o no, la differenza fra comandare e obbedire. Prendeva terribilmente sul serio la divergenza fra i princìpi e la pratica, le parole e le azioni” (“La corsa nei sacchi”, in Micromega, 1988, n. 1, p.173).
Anni dopo, Adriano Sofri aveva nuovamente scritto sul movimento del ‘68, con un linguaggio totalmente estraneo a qualunque forma di ideologismo: “Vi dirò una cosa sul Sessantotto, che nessuna denigrazione cancellerà. Prima del Sessantotto c’era scritto ‘Vietato l’ingresso’ dappertutto. Le case chiuse, grazie a una brava signora, erano state abolite; ma le caserme, i manicomi, gli ospedali, le fabbriche e gli altri luoghi di lavoro, gli uffici pubblici, le scuole, erano tutte case chiuse. Il Sessantotto le aprì. I non addetti ai lavori vi entrarono e guardarono. Quel po’ di trasparenza che l’Italia si è guadagnata viene di lì” (Piccola posta, Sellerio, Palermo, 1999, p.185).

È di queste esperienze che Luigi Bobbio è stato uno dei principali protagonisti, con un ruolo di leadership personale e collettiva (Guido Viale, Giovanni De Luna, Peppino Ortoleva, Laura De Rossi, Massimo Negarville e altri), che da Palazzo Campana di Torino (sede delle facoltà umanistiche di allora) nel ’68 si è espanso anche sul piano nazionale, all’inizio sotto lo slogan “Potere studentesco” (Student power, come aveva teorizzato negli Usa il movimento Sds: Students for a democratic society), insieme al movimento della facoltà di Sociologia di Trento, e poi nel rapporto crescente con il Movimento operaio e le lotte alla Fiat, nel cui crogiolo si formò nel ’69 Lotta continua, di cui Bobbio fu parte del gruppo dirigente nazionale.
Quando il 10 e 11 marzo 1968 si tenne nelle aule della Statale di Milano un affollato convegno dei “quadri” del Movimento studentesco a livello nazionale, erano state previste tre relazioni introduttive: una di Mauro Rostagno per Sociologia di Trento, una di Silvano Bassetti per il Politecnico di Milano e una di Luigi Bobbio e Guido Viale per Palazzo Campana di Torino.

Ma quella di Bobbio e Viale dovette essere letta dal tavolo della presidenza (formata da Sergio Soave, Pietro Marcenaro e me stesso), perché entrambi erano stati costretti alla latitanza da un ordine di cattura della Procura torinese.
Quella relazione venne poi pubblicata (in forma ampliata) e si apriva con queste parole: “Negli ultimi anni si sono verificate profonde trasformazioni. Alcuni fatti sono penetrati profondamente nella coscienza dei giovani […], e ci hanno resi consapevoli del fatto che il capitalismo non è una macchina che funziona con la regolarità di un orologio, in cui ogni aspirazione e ogni esigenza è già in partenza ‘integrata’, ma è un sistema di decisioni politiche, che ha le sue basi nel consenso, nella collaborazione, nella passività e nell’isolamento di ciascuno di noi”. A queste premesse, seguiva una lunga analisi sul ruolo del Movimento studentesco, sull’antiautoritarismo, sul rapporto con le lotte operaie, e anche sul problema della repressione giudiziaria, che si stava estendendo (“La strategia del movimento”, in Problemi del Socialismo, n.28-29, marzo-aprile 1968, pp.329-339).

In quel ’68 personalmente ebbi rapporti diretti (anche durante la latitanza) sia con Luigi, che con suo padre Norberto Bobbio, che visse anche lui “il suo ‘68” sia all’università di Torino, dove il figlio “ribelle” era uno dei leader della contestazione studentesca, sia alla facoltà di Sociologia di Trento, occupata per oltre due mesi, dove era diventato membro del Comitato ordinatore insieme a Marcello Boldrini (ex-presidente dell’ENI) e a Nino Andreatta. Forse anche per il “trauma” torinese e familiare, Norberto Bobbio fu un interlocutore attento e dialogante del Movimento studentesco di Trento, dando risposte positive alle rivendicazioni studentesche relative all’organizzazione dei corsi e della didattica, da cui nacque pochi mesi dopo la positiva esperienza dell’”Università critica” con Francesco Alberoni e con molti nuovi docenti (tra i quali Gian Enrico Rusconi e Chiara Saraceno).

Dieci anni dopo, finita l’esperienza di Lotta continua, Luigi Bobbio scrisse un libro dedicato alla ricostruzione storica di quel movimento e anche ad una riflessione critica, che si apriva con queste considerazioni: “Col passare del tempo la crisi della ‘nuova sinistra’ che si è manifestata in modo traumatico nel ’76, travolgendo una delle più importanti esperienze di ‘opposizione rivoluzionaria’ dell’Europa contemporanea, appare sempre di meno come un’impasse momentanea. Sulla battuta d’arresto che tutte le ipotesi rivoluzionarie hanno incontrato in Italia in quel momento, si sono innestati fattori più profondi di insicurezza e di ripensamento: la nuova dislocazione dei soggetti sociali, il terrorismo, la chiusura del ‘quadro politico’, la caduta dei punti di riferimento internazionali. La fisionomia organizzativa e politica della ‘nuova sinistra’ ne è risultata alterata, mentre si sono fatti più labili i confini tra le aree politiche e culturali, in cui si era strutturata abbastanza rigidamente nei nove anni precedenti. Ci sono state feroci disillusioni e clamorosi abbandoni, ma anche tentativi di resistenza e nuovi processi di ricerca su terreni finora inesplorati” (Lotta continua. Storia di una organizzazione rivoluzionaria, Savelli, Roma, 1979).

Luigi Bobbio non si lasciò certo andare a “feroci disillusioni e clamorosi abbandoni”, ma – dopo aver dato questo suo importante contributo alla ricostruzione storica, da molti poi ripreso e utilizzato, a volte anche in chiave strumentale (perfino sul piano giudiziario, in occasione del “caso Calabresi”) – riprese il suo percorso sul piano dello studio, della ricerca sociologica e poi dell’itinerario accademico. Negli anni ’90 ha partecipato alla Commissione di mediazione tra le amministrazioni locali e le popolazioni coinvolte per assumere decisioni in materia ambientale. E poi ha fatto parte anche della Commissione “Non rifiutarsi di scegliere” all’inizio degli anni Duemila, essendo diventato un esperto di politiche pubbliche e dei rapporti tra pubbliche amministrazioni e cittadini.

Dal 2000 Bobbio è diventato professore associato e poi dal 2005 ordinario di Scienza politica all’università di Torino. E dagli anni ’90 in poi ha scritto numerosi libri e saggi sui temi del federalismo, delle crisi urbane, dell’immigrazione, della gestione dei rifiuti, dei conflitti territoriali, e sui governi locali nelle democrazie contemporanee. Eppure, nelle prime rievocazioni immediatamente succedutesi ieri alla tragica notizia della sua morte improvvisa, ritornano sempre e prima di tutto i richiami all’esperienza del movimento del ’68 e a quella di Lotta continua, che segnarono nel vivo della conflittualità sociale e politica un’intera generazione. A quella generazione ora è venuta meno la bella figura di Luigi Bobbio, che resterà comunque nella memoria solidale e commossa di molti.

Articolo uscito su Il Dubbio 

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