Minibot, sarebbero considerati accettabili dalle Istituzioni europee?

Mario Draghi, Presidente della Banca Centrale Europea, afferma: “I minibot o sono valuta illegale o sono debito”. Allora perché introdurli?

La proposta lanciata dal leghista Claudio Borghi di introdurre i “minibot” non è in realtà nuovissima. Già nel 2017, l’idea venne discussa e poi inserita nel programma elettorale della Lega per poi essere promossa anche nel “contratto” di Governo Lega-M5S.

Di cosa si tratta? Essenzialmente, si tratta di titoli garantiti dallo Stato ma di taglio molto piccolo (si va da 1 euro a 500 euro, esattamente come i tagli delle attuali banconote). Diversamente dai normali titoli di Stato, i minibot non frutterebbero interessi né avrebbero scadenza e – soprattutto – la loro emissione non verrebbe veicolata dalle attuali aste del debito pubblico.

La loro obbligatorietà sarebbe, per così dire, asimmetrica. I proponenti della mozione approvata in parlamento (anche con i voti PD) dichiarano che i minibot non avranno corso legale: imprese e cittadini non saranno cioè obbligati ad accettarli come mezzo di pagamento. Ammettere ciò vorrebbe dire infatti che lo Stato starebbe stampando vere e proprie banconote, cosa vietata dai Trattati europei. Tuttavia, lo Stato si impegnerebbe ad accettare i minibot come mezzo di pagamento delle imposte del tutto equivalente agli euro.

L’obiettivo dei proponenti è però più ambizioso: far sì che i minibot siano scambiati negli esercizi commerciali e utilizzati per le attività di pagamento quotidiano (come fare la spesa al supermercato). Secondo Borghi, tutti gli esercizi commerciali accetteranno i minibot “per non rinunciare a una gran parte di potenziali clienti” versandoli poi allo Stato in sede di pagamento delle imposte. Quindi il vero obiettivo dei minibot non è snellire il processo di pagamento dei debiti della Pubblica Amministrazione verso le imprese, per fare questo basterebbe riconoscere alle imprese il diritto alla compensazione (sottrarre i crediti vantati verso la pubblica amministrazione al momento del pagamento delle tasse). Il vero obiettivo è far circolare i titoli anche nel “mercato secondario” (vale a dire tra cittadini e imprese), creare cioè una moneta parallela che non ha corso legale ma che nei fatti viene usata dai cittadini in parallelo all’euro.

Un’operazione simile a quella messa in pratica nel 2001 dall’Argentina, in quel caso i buoni emessi dalla pubblica amministrazione di piccolo taglio vennero chiamati “cuasimonedas”. A questo punto occorre porsi una domanda fondamentale: questa operazione sarebbe considerata accettabile dalle istituzioni europee? Battere una moneta è una violazione dei trattati, ma una quasi-moneta è una moneta o qualcosa di diverso? Per essere una moneta occorre che lo Stato imponga l’obbligo di accettarla come mezzo di pagamento? O è sufficiente che i presupposti classici che definiscono la moneta siano rispettati (cioè che sia un’unita di misura, rappresenti una riserva di valore, funga strumento di pagamento)?

Che la seconda visione prevalga nelle istituzioni europee lo ha chiarito la dichiarazione netta del Presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi: “I minibot o sono valuta illegale o sono debito”. Se prendiamo per buona questa interpretazione ci rendiamo conto che i risultati dell’introduzione dei minibot possono essere due: o lo strumento non ha successo, cioè le imprese non riescono a usarlo per pagare la benzina o andare al supermercato, come auspicano i proponenti, in quel caso si sta semplicemente cambiando nome al debito pubblico. Oppure i minibot diventano moneta a tutti gli effetti, e in quel caso lo Stato italiano starebbe violando i trattati europei.

Allora perché introdurre i minibot? Un’importante conseguenza dell’introduzione di questi strumenti finanziari è che la loro esistenza costituisce un prerequisito per l’uscita dell’Italia dall’euro. A seguito della dichiarazione di Draghi, i leghisti si sono affrettati a smentire che l’obiettivo dell’introduzione dei minibot sia in realtà l’introduzione di una valuta parallela finalizzata all’uscita dall’euro. Ma è davvero così? Per saperlo, basta leggere il documento presentato da Claudio Borghi in conferenza stampa contenente i bozzetti delle nuove banconote/titoli di Stato. A pagina 26 del documento, si legge: “I minibot sono in euro ma una volta capillarmente diffusi costituiranno una specie di “ruota di scorta” che renderà molto più agevole il passaggio alla nuova moneta” se in futuro si realizzeranno “le condizioni di consenso politico per poter riprendere la nostra moneta”. Con i minibot in circolazione, conclude il documento, “sarà sufficiente dichiarare i minibot nuova moneta” per completare l’uscita dall’euro.

Occorre quindi essere consapevoli che la discussione sui minibot è una discussione sull’uscita dall’euro a tutti gli effetti e come tale deve essere affrontata È infatti improbabile che l’uscita dall’euro sarà proposta agli elettori in modo esplicito, è molto più verosimile che sia presentata come conseguenza inevitabile di scelte come questa. Per questo motivo, è sorprendete che la mozione di Borghi sia stata approvata con i voti favorevoli del PD e di +Europa.

Ivano Irsina e Paolo Brunori

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