Relazione Congressuale dei Verdi del Trentino – Una riflessione sui Verdi

La relazione di Lucia Coppola, protavoce uscente per la Regione Trentino Alto Adige dei Verdi
Verdi Trento

Oggi noi Verdi aderiamo all’appello di Libera-Gruppo Abele, Legambiente e Arci, “Una maglietta per fermare l’emorragia di umanità”. E comincio proprio da qui.

Siamo rimasti senza radici, ma anche senza ali. E senza terra e senza cielo. La terra degli interessi corposi, materiali, il cielo dei valori per cui vale la pena combattere. I principi non negoziabili come la dignità delle persone, la loro uguaglianza e libertà, il pensiero e il dubbio che ti consentono di interrogarti sui tempi nuovi. 

Inizio il mio intervento con qualche riflessione sul tema che in questi mesi ha occupato il dibattito politico, i pensieri, i timori e le preoccupazioni di tutti noi, quello dei migranti, che è diventato la madre di tutte le azioni di  questo strano governo, certamente anomalo per tanti versi, dopo due lunghi mesi di stallo dalle elezioni del 4 marzo scorso.

Conte è tornato dall’inutile meeting di Bruxelles con un pugno di mosche in mano. Il principio della ridistribuzione obbligatoria dei profughi, che la Commissione aveva cercato di imporre su richiesta italiana, è stato definitivamente abbandonato, affidato alla buona volontà degli stati membri. Già non venivano rispettate le quote obbligatorie, figurarsi se ora verranno in soccorso dell’Italia. Peraltro Conte ha sottoscritto senza fiatare le sanzioni alla Russia, su cui Lega e Cinque Stelle avevano previsto una battaglia senza quartiere, e pure le raccomandazioni economiche indirizzate all’Italia che contemplano una manovra correttiva per 10 miliardi di euro nei conti pubblici per il 2019. La prospettiva dunque per l’Italia, visto che tutti si sono ben guardati dal mettere in discussione il Trattato di Dublino, è quella di accogliere i migranti che provengono dalla Libia e pure di riprendersi quelli che verranno rimandati dalla Francia e dalla Germania. Gli egoismi nazionali, trionfanti a Bruxelles, finiscono insomma per ritorcersi su Salvini e sulla sua pretesa di una svolta che nessuno vuole e in primis  proprio i suoi più stretti alleati, il gruppo di Visegrad capitanato da Orban. E mentre i 28 stavano ancora discutendo di migranti, a pochi giorni dalla terribile vicenda dell’Aquarius, un vecchio barcone  iniziava la sua traversata nel tratto di mare davanti alla Libia, ormai svuotato dalle ONG che vagano cercando approdi o restano nei porti. Ha potuto fare solo poche miglia, poi il motore si è incendiato e i 125 migranti,  sono finiti in mare. Molti  bambini sono morti, solo 16 i superstiti. La Open Arms, che era a sole 80 miglia e si era offerta di intervenire, anche se a corto di carburante perché non aveva potuto rifornirsi, è stata bloccata dalla nostra guardia costiera perché tutto era, secondo loro, sotto il controllo della guardia costiera libica. E potremmo continuare a lungo descrivendo l’orrore di questi giorni, gli altri 63 morti del barcone rovesciato,  e i successivi 114, ben sapendo che il nostro mare quest’anno ha visto già oltre 1000 morti annegati, più di 3000 lo scorso anno, e che negli ultimi 15 anni sono stati  38 mila gli esseri umani, persone come noi, periti tra le sue onde. E del resto, che un paese di 60 milioni di abitanti  in cui il 20%, 12 milioni,  detiene il 60% della ricchezza netta a scapito degli altri italiani, 48 milioni, ci sia chi pensa che il problema siano i 14 mila migranti sbarcati nel 2018, beh penso abbia una visione della realtà parecchio distorta. Ma tant’è. Salvini, Toninelli e Di Maio marciano compatti per la difesa del suolo italico e dei suoi confini. E i risultati non si sono fatti attendere. 

Ora l’esodo disperato di milioni di persone ha messo in crisi la sacra identità europea, diviso l’opinione pubblica in buonisti e cattivisti.

I porti italiani sono chiusi e la tradizionale legge del mare che non prevede respingimenti ma, sempre, il soccorso a chi versa in difficoltà, violata e azzerata. Navi vaganti con il loro carico di dolore come ai tempi degli appestati, crisi diplomatiche su chi chiude più confini e alza più muri e consuma più filo spinato. Abbiamo visto di tutto in questi ultimi mesi e anni, tanto da assuefarci, non tutti certo, al dolore del mondo e a fare dell’indifferenza la cifra del comune sentire. 

Migranti laceri nel fango della giungla di Calais in attesa di raggiungere l’Inghilterra, bambini senza scarpe nella neve alle frontiere ungheresi, orfani accolti dalle nonne delle isole greche. Donne che partoriscono nella neve e muoiono sui confini un tempo attraversati dai partigiani e dagli ebrei in fuga dal nazifascismo.

Piccole, eroiche isole italiane che in questi anni hanno portato sulle loro spalle il peso del mondo. Bambini messicani alla frontiera con gli Usa, che piangono disperati chiusi in gabbie dopo essere stati separati dai propri genitori.

Edmondo De Amicis ha 38 anni nel 1884, quando si imbarca sul piroscafo “Nord America”, diretto verso l’Argentina. A bordo ci sono 1500 emigranti provenienti da varie contrade italiane. Nel libro “Sull’Oceano” li descrive così, alla partenza dal porto di Genova: “La maggior parte avendo passato una o due notti all’aria aperta, accucciati come cani, per le strade di Genova, erano stanchi e pieni di sonno. Operai, contadini, donne coi bambini alla mammella, ragazzetti che avevano ancora attaccata al petto la piastrina di latta dell’asilo infantile, passavano portando quasi tutti sacche, cittadini di uno stato europeo, ma vittime di una razza di ladri di carne umana compiuta su una spiaggia d’Asia o Africa. Contadini calabresi e donne brianzole, pastori, operai che mettevano un piede sull’orma dell’altro, come comparse su un palcoscenico, in uno spettacolo che rappresentava la fuga di un popolo.”

Cosi De Amicis. Quasi un secolo e mezzo dopo basta cambiare le origini, la nazionalità dei migranti. Anche allora affondavano le navi nell’Atlantico e i clandestini non mancavano. Capitava che gli organizzatori dei viaggi sbarcassero i migranti sulle coste tunisine facendo credere loro che fossero quelle americane. Anche allora c’erano gli scafisti criminali, non c’erano invece i soccorritori delle ONG, le tanto demonizzate da questo governo ONG sparite dai soccorsi.

IL Testo Unico per l’Immigrazione all’articolo 10 parla dei respingimenti e dice che non è possibile non consentire accoglienza e soccorso ove vi sia necessità di misure di protezione temporanea per motivi umanitari. 

Lo stesso afferma l’articolo 33 della Convenzione di Ginevra.

Va inoltre tenuto presente che la Francia accoglie il 4% di migranti ogni mille abitanti, l’Austria il 10 %, la Germania 8, 1 %, Cipro il 10%, la Svizzera il 9,9 %, i Paesi Bassi il 6 %, la Danimarca il 5,9%.  

L’Italia il 2,2 %. In Trentino solo 60 comuni su 176 ospitano migranti. A livello nazionale sono 1200 i comuni su 8000 che sono entrati nel sistema.

A questo punto forse è necessario sfatare qualche luogo comune. L’Italia non è un campo profughi come afferma il ministro dell’Interno Salvini. Già 11 mesi fa Italia e la  Ue hanno deciso di addestrare la guardia costiera libica per fermare i flussi, ed è noto a tutti cosa abbia comportato per i poveri migranti che sono stati riportati nei campi di concentramento libici, dove i diritti umani, tra cui quello che vieta la tortura, sono scientemente  e pervicacemente violati.

Nei primi cinque mesi dell’anno vi sono stati 13.430 arrivi, 78% in meno dello stesso periodo del 2017. Gli arrivi dalla Libia sono stati meno dell’84%. Si riparte però dalla chiusura dei confini. Il Brennero fra tutti, a detta del Primo Ministro austriaco, un confine da cui nello scorso anno non è passato nessuno, con buona pace di imprenditori, scambi commerciali, libertà di movimento dei cittadini.

Intanto abbiamo appreso a Pontida, fra corni vichinghi e proclami razzisti e xenofobi, che questo governo  non è più giallo verde ma, a detta di Salvini, giallo blu, il colore dei sovranisti europei, con buona pace di noi Verdi, consentitemi la battuta.

Proseguendo, la manovra economica vede perdere anche i pezzi del Decreto Dignità. Con la parte fiscale, quella più in bilico sulle coperture,  stralciata e la stretta sui contratti precari, date le proteste leghiste e degli imprenditori, addolcita, e di più lo sarà in Parlamento, a detta di Salvini che cercherà alleanze con il centro destra. Ma riemergono i voucher, qualificati lo scorso anno da Di Maio come “una forma di schiavitù”.

Mille annunci, zero provvedimenti. Si punta solo a rinfocolare i sentimenti razzisti e xenofobi, puntando diritto contro Sinti e Rom e facendo dei migranti l’unico, o quasi, argomento degno di nota. Insieme alla sicurezza e alla difesa personale: una pistola un voto. La Flat Tax , il cavallo di battaglia della Lega che punta a ridurre la pressione fiscale introducendo due aliquote, del 15% fino a 80mila euro di reddito familiare e del 20% oltre quella soglia, introdotta rate, non pervenuto.

Il reddito di cittadinanza, che era la priorità del M5 Stelle, sullo sfondo di bilanci approssimativi chiusi nel libro dei sogni. La cifra tetto, come ricorderete,  è di 780 euro che possono diventare 1600 con due figli, mentre i centri per l’impiego dovrebbero aiutare a cercare un lavoro. Il rifiuto di tre offerte farebbe decadere l’assegno.

I costi di queste due misure sono ingenti, si è parlato di quasi 70 miliardi. Ancora non sappiamo dove  si troveranno e quando e come queste promesse elettorali, che tanta parte degli elettori ha tenuto per buone, assumeranno la concretezza di veri e propri provvedimenti.

Dopo questo preambolo su temi di carattere generale, sui quali naturalmente molto altro si poteva dire, eccoci all’Assemblea Congressuale dei Verdi, in un momento di grande difficoltà per il nostro paese e per il Trentino, per le forze democratiche e progressiste, per noi Verdi. 

Il calo dei consensi, per quanto ci riguarda, nelle ultime politiche, rispetto alle elezioni provinciali di cinque anni fa e alle comunali del 2015, allorché ci attestavamo intorno al 3%, è purtroppo molto chiaro e sconfortante. E ci pone molti interrogativi che riguardano il nostro permanere di questi ultimi anni in un centro sinistra che gli elettori non riconoscono più come risposta alle domande di sicurezza, lavoro, qualità della vita, ambiente, salute. Che ci ha fatto pensare spesso a un abbraccio mortale potenzialmente destrutturante rispetto a ciò che noi dovremmo rappresentare per un cittadino elettore che abbia la nostra stessa visione e sensibilità.  E non ci consola certo il fatto di essere in buona compagnia, vista la debacle complessiva di nostri compagni di viaggio, qui come nel resto d’Italia. Ovviamente le riflessioni non possono non riguardare la nostra capacità o meglio, incapacità di incidere realmente sulla realtà, di proporci, di farci carico a pieno del nostro ruolo. Di certo essere alleati di governo di soggetti politici che in qualche caso sono molto lontani politicamente da noi, finisce per farci avvertire come inutili, ininfluenti, contraddittori in qualche caso. Il senso di responsabilità che ci ha fatto dire in tanti casi che il meglio  è nemico del bene non ha pagato dal punto di vista elettorale e ha anzi allontanato da noi parecchi militanti. Io sono convinta del fatto che se è vero che la mediazione è una inevitabile conseguenza del far politica, a meno che non ci si ritenga autosufficienti, credo che sia anche vero che non si può abdicare oltre certi limiti a essere quello che si è. I Verdi insomma devono fare i Verdi ed essere presenti, certo con modalità e progetti sostenibili politicamente e largamente condivisi, in tutti i luoghi dove si perpetrano  sfregi all’ambiente, dove la noncuranza per la salute e il degrado la fanno da padroni. Dove l’ambiente naturale, la biodiversità animale e vegetale, il paesaggio e la forma di un territorio vengono asserviti al puro uso e consumo di una unica specie, quella umana. Dove le risorse vengono sprecate, dove la cura degli esseri umani, della loro storia, del loro lavoro, dei loro sogni e desideri vengono brutalizzate. E probabilmente da un po’ di tempo questo non è arrivato ai nostri concittadini o forse noi non siamo stati abbastanza permeabili a percepire il loro grido di aiuto e di ascolto. Ma questo riguarda credo tutti i partiti.   Nei luoghi e  nelle istituzioni dove siamo presenti, comuni e comunità di valle, la nostra voce ha cercato di farsi sentire anche se l’essere rimasti esclusi  cinque anni fa, per un pugno di voti, dal consiglio provinciale ci ha molto penalizzati sul piano della visibilità, ma soprattutto delle proposte che non abbiamo potuto fare e dell’impossibilità di condizionare azioni di governo che decisamente non abbiamo condiviso. Mi riferisco a decisioni dalle quali abbiamo preso comunque pubblicamente e vigorosamente le distanze, quali il vallo tomo di Mori, la gestione dei parchi naturali, il tema della caccia, quello relativo alla biodiversità animale e dei grandi predatori, il tema sempre sottotraccia della Valdastico e, più in generale, della mobilità sostenibile, il sistema  turistico trentino, la cosiddetta “buona scuola”, la sanità, con la chiusura di molte guardie mediche e dei centri di neonatologia decentrati, il tema dei diritti, con particolare riferimento alla legge sull’omofobia e a quella sulla doppia preferenza di genere, il mancato patrocinio al Dolomiti Pride. Temi affrontati da un governo di centro sinistra come avrebbe potuto affrontarli un governo di centro destra. A significare le  profonde contraddizioni che hanno pesantemente segnato la legislatura provinciale che sta per concludersi, ingenerando malcontento, sfiducia, lontananza da parte dei cittadini. Ma il tema che certo rappresentava il necessario presupposto di un governo progressista e democratico nei contenuti e nella forma è certo quello della partecipazione, mancata, dei cittadini alle scelte, dell’arroganza con le quali sono state calate dall’alto in più di una occasione, della mancanza di ascolto e dialogo, ma soprattutto di come non si sia stati in grado di far valere e conoscere quanto di buono è stato fatto in questi anni di governo sulle politiche sociali, del lavoro, dell’inclusione, del sostegno alle persone in difficoltà, dell’accoglienza ai migranti. Tra tutti il grande impegno profuso dal Progettone per il reinserimento dei lavoratori e delle lavoratrici usciti dal mercato del lavoro, l’Assegno Unico Provinciale a sostegno della famiglie in difficoltà economica, a cui hanno potuto far ricorso oltre 140 mila persone, una sanità pubblica comunque di qualità alta, l’edilizia scolastica, la riqualificazione in chiave energetica del patrimonio pubblico, l’ impegno  contro il consumo di territorio, il sostegno all’Università, un’offerta culturale all’altezza dei tempi, il grande valore delle Biblioteche diffuse e potrei continuare. Peccato che nessuno si sia preso la briga di rivendicare l’impegno profuso, anche economico, e i risultati raggiunti. Presunzione e miopia politica. Propensione a credere, sbagliando, che i cittadini siano informati. Purtroppo conta più un gazebo di protesta ben piazzato che cento articoli sui quotidiani.

Ma, come dicevo,  nel corso di questi anni vissuti in modo un po’ decentrato dentro una coalizione nella quale abbiamo rivestito il ruolo dei parenti poveri le cui opinioni contano poco o niente e perlopiù infastidiscono, e su questo altre  riflessioni vanno  fatte, come Verdi abbiamo assunto numerose iniziative  sui temi che ci stanno a cuore, tra tutti la nostra contrarietà alla Valdastico, la lotta contro i pesticidi e per l’agricoltura biologica, il rilancio del Monte Bondone con riferimento al  progetto di  riconversione delle ex Caserme austro-ungariche  delle Viote, ad opera di un nostro iscritto, Alessandro Bettinelli. Inoltre, sui temi legati all’urbanistica, al consumo di territorio e alle energie rinnovabili, al benessere animale, ai rifiuti. Siamo stati molto attivi nella campagna referendaria contro le trivellazioni e contro l’astensione. Per la difesa della Costituzione. Sui temi dei nuovi fascismi e dell’antisemitismo. Ci siamo impegnati in più occasioni sulle riflessioni inerenti la montagna e la sua valorizzazione, sul riscaldamento globale, indicendo conferenze sulla deforestazione in Amazzonia, sull’elettromagnetismo, sull’idea di Smart City legata alla mobilità sostenibile, sulla chiusura del ciclo dei rifiuti senza incenerimento, sul tema dell’acqua bene comune, sull’ecofemminismo. Queste attività sono state svolte nel lavoro dentro le istituzioni, là dove siamo presenti, con convegni ad hoc, con conferenze stampa e numerosi articoli apparsi sulla stampa locale. Non sono mai mancate le nostre prese di posizione sui diritti civili, sempre vicini alla comunità LGBTQ, alle donne nelle loro battaglie di emancipazione, tra tutte, come già ricordato,  quella sulla doppia preferenza di genere Sul  tema della pace, dei diritti per le popolazioni Sinti e Rom a cui abbiamo dedicato un interessante convegno. Siamo stati presenti in tutte le manifestazione che si sono svolte sulle questioni che fanno parte del dna eco-pacifista del nostro movimento, portando il nostro contributo di testimonianza anche al Brennero, contro la chiusura scellerata delle frontiere. Ma la politica ragionata e non urlata, di questi tempi non è cosa facile, soprattutto per un piccolo partito che al momento ha uno scarso radicamento territoriale. Pur perseguendo obiettivi giusti, la concorrenza con  partiti che mirano a colpire più alla pancia delle persone che al cuore e al cervello, con parole d’ordine demagogiche e populiste, è stato  ed è molto forte.

I Verdi del Trentino da anni portano avanti, inoltre, con determinazione e impegno, nella Scuola Langer, un prezioso lavoro, diretto alla cittadinanza e al di fuori di logiche di partito, di formazione politica e contro informazione, invitando a Trento intellettuali, politici, giornalisti, testimoni privilegiati. 

Storicamente i Verdi hanno avuto il merito, e lo rivendichiamo con forza, di iniziare a porre la questione ambientale prevedendo che l’accelerazione delle problematiche dovute a uno sviluppo troppo veloce, malsano, scriteriato e senza visione avrebbe posto gravissimi problemi a questa umanità. E questi nostri obiettivi sono e restano  fortemente attuali. Da qui intendiamo partire per rilanciare il nostro movimento.

L’annuncio del via libera della Giunta provinciale di Trento alla delibera che prevede di giustiziare orsi e lupi ritenuti pericolosi, con l’astensione di larga parte del PD,  ha destato viva preoccupazione e molti interrogativi sia a livello provinciale che nazionale.

Si dice “a mali estremi, estremi rimedi”, ma siamo proprio certi che quanto avviene nella nostra provincia non possa prevedere soluzioni diverse, meno estreme, più ragionevoli, più rispettose della vita di questi animali, nel caso degli orsi introdotto intenzionalmente, che hanno l’unica colpa di fare il loro mestiere di animali? Per prima cosa va detto che nessuna provincia, se pure autonoma, può arrogarsi il diritto di decidere l’abbattimento di grandi carnivori, come l’orso e il lupo, in quanto tutto deve passare attraverso l’Ispra, cioè l’Istituto superiore per la ricerca ambientale. Dunque la delibera di Giunta risulta quanto meno impropria e avventata, soprattutto a fronte di grandi dichiarazioni sulle possibili convivenze, sulla necessita di tutelare l’ambiente antropico e al tempo stesso consentire alla fauna selvatica di ricavarsi spazi idonei alla sopravvivenza. Sarebbe interessante sapere quanti fra i contadini e gli allevatori hanno provveduto a dotarsi di idonee recinzioni, finanziate per la gran parte dalla provincia. Quanto è stato fatto per mettere in sicurezza da possibili attacchi gli animali, quanto sia cambiata anche la tipologia di alpeggio, che si spinge verso pascoli sempre più alti. Risulta infatti che nella nostra regione,  negli ultimi vent’anni, sia invalsa la prassi che ha visto prevalere un modello di pascolo brado o semi brado, senza guardiania. Si portano negli alpeggi alti le greggi e le si va a ritirare in autunno. Ogni tanto, a rotazione, si fa un controllo. Sono prevalentemente capi giovani o asciutti,  non vi sono costi di foraggio, non si pagano pastori, la provincia paga i costi assicurativi dei capi perduti da predazione di lupo o orso che vengono per di più portati al macello. Si deve pensare dunque che attuare misure di prevenzione e tutela non sia conveniente? Forse sì. Come già sottolineato dalla Lac, il disegno di legge si colloca come attuazione dell’articolo 16 della direttiva numero 92/43/CEE, direttiva Habitat, che tratta di deroghe al regime di rigorosa tutela di alcune specie animali, tra cui lupo e orso. Ma a derogare possono essere solo membri dell’Unione Europea. Da quando in qua la provincia di Trento, con tutto il rispetto, è diventata uno Stato? La petizione “proteggere il lupo” ha già raccolto 45 mila firme, a fronte delle 2000 contro, a testimonianza della grande attenzione che i cittadini manifestano a difesa di un bene collettivo così importante come quello rappresentato dalla biodiversità animale e dalla salubrità di un ambiente. Ed è significativo che sono parecchi gli allevatori che in questi giorni si stanno schierando per una convivenza possibile, dando pieno riscontro delle misure che rendono sicuri pascoli e stalle.

Intanto, al quarto summit della “Carovana delle Alpi” svoltasi il 30 giugno in provincia di Bergamo, Legambiente ha attribuito 21 vessilli, positivi e negativi, per la gestione del territorio alpino e l’organizzazione, che conta in Italia 115 mila membri, ha stigmatizzato la volontà delle due province di Trento e Bolzano di gestire autonomamente i predatori, orsi e lupi, autonomamente, anche uccidendoli. 

Le marce contro i pesticidi. Parto da qui per una riflessione che ci consente di fare ragionamenti anche extraprovinciali, vista l’unità di intenti che ha caratterizzato lo scorso maggio le marce  che hanno riguardato per il Trentino Alto Adige la zona del lago di Caldaro, a cui anche molti di noi hanno partecipato, per la provincia di Verona la zona del Valpolicella e, come lo scorso anno, Cison Valmarino e Follina, in provincia di Treviso. Le zone del Prosecco. Eventi molto significativi che hanno unito idealmente le province di Treviso, Verona, Belluno, Trento e Bolzano, portando l’attenzione sul fatto che milioni di persone in tutto il mondo sono quotidianamente esposte ai pericoli provocati dall’uso di diserbanti e pesticidi in agricoltura. La ricerca scientifica ha purtroppo reso sempre più evidente il fatto che questi prodotti hanno un impatto gravissimo sulla salute e sulla salubrità dell’ambiente, tanto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità parla di circa 200 mila morti ogni anno su scala globale per i pesticidi di sintesi. Secondo l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, il 45% dei cibi contengono residui di pesticidi.

Il Manifesto che ha indetto queste marce aveva alcuni punti qualificanti. Diceva con chiarezza quello che ormai siamo in molti ad affermare, e cioè che è scientificamente provato che queste sostanze chimiche possono contribuire al sorgere di diverse forme tumorali  e alterare il sistema endocrino con il conseguente aumento di patologie correlate. Le persone che vivono e lavorano in aree dove si pratica l’agricoltura intensiva e chimica, caratteristica della monocultura (come da noi nel caso delle mele)  sono le più esposte. In particolare gli stessi contadini, le donne in gravidanza e i bambini. Nel lungo periodo, questi trattamenti  indeboliscono le piante coltivate, compromettono la qualità del terreno e la qualità del raccolto e distruggono la biodiversità animale e vegetale. Per non parlare dell’inquinamento dell’aria, dei terreni e delle falde acquifere, dei corsi d’acqua (venti in Trentino), della sopravvivenza di numerose specie animali e vegetali, in particolare api, lombrichi e uccelli. Inoltre, per definizione, le monoculture intensive basate sulla chimica, provocano il graduale depauperamento di una risorsa culturale importante come il paesaggio. Quello che chiedevano i lunghi cortei è di applicare il principio di precauzione, attivando controlli e salvaguardia del territorio per evitare sbancamenti, deturpazione del paesaggio e possibili discariche abusive.

In un processo graduale di cambiamento etico, culturale, di stili di vita, di produzione, di lavoro, economicamente premiante.

E da noi? Lo scorso anno la Fondazione Mach, in una serata dedicata al tema, ha reso noto che è stato effettuato nel corso di alcuni anni un esperimento su tre vigneti di Pinot bianco, il più delicato, con il metodo integrato (uso di pesticidi), col biologico e col biodinamico. Il risultato della ricerca ha evidenziato come per qualità e quantità del prodotto, e relativi costi, prevalga come migliore il metodo biodinamico. A seguire quello biologico, con differenze molto evidenti. Informare cittadini ed agricoltori circa i rischi che corrono, pretendere cibo di qualità nelle mense scolastiche è molto importante. Il Comune di Trento, grazie alla commissione ambiente, ha terminato il lavoro sul suo Regolamento. E’ il maggior comune agricolo della provincia ed è virtuoso rispetto al resto della provincia, in quanto utilizza per il 30% i metodi biologici e biodinamici.  E’ importante sapere che il Regolamento provinciale non è blindato. Ogni comune può prevedere misure integrate o aggiuntive. Ci vuole coraggio. Si calcola che in Trentino siano venduti 50 Kg, ad ettaro di terreno coltivato, di pesticidi, 90/100 Kg ad ettaro nei meleti. Sono stati vietati i peggiori pesticidi ma quelli utilizzati, a rilascio più lento nel corso della vita, possono costringerci comunque a convivere con malattie gravi.  Ora Trento, che è stata definita una città dentro i vigneti, ha annunciato il nascere dell’Associazione Bio Distretto di Trento, portavoce Giuliano Micheletti. Lo scorso anno vi era stata la firma del Manifesto  con l’obiettivo di trasmettere una “cultura delle colture”.  Obiettivo, oltre alla salubrità del prodotto e alla salute di coltivatori e cittadini, è anche quello di salvaguardare il paesaggio, inteso come risorsa storico-ambientale . Sono coinvolte le aziende agricole ma anche le cantine e gli eco-ristoranti, innovazione e valorizzazione dei prodotti.  I soci fondatori sono le cantine Sociali di Trento,Lavis, Aldeno,  Ferrari, la Società Frutticoltori Trento, Maso Martis, Maso Cantanghel, Coop Sociali Progetto 92, Villa Rizzi, Samuele, due Aziende Agricole, Slow Food, Donne in Campo. A Ornica la “bandiera Verde” di Legambiente è stata conquistata dalle cantine Ferrari,  perché investire sul biologico paga e questo vessillo  servirà all’azienda premiata ma anche a tutto il settore come esempio e incoraggiamento per il passaggio dal metodo di coltivazione  tradizionale o integrato, coi pesticidi,  a quello biologico e biodinamico. 

Affronto ora velocemente un tema sul quale vengo spesso interpellata dai cittadini, quello degli imballaggi. Che sono la nuova frontiera posto che il Trentino è all’avanguardia, con l’80% di differenziata, per quanto attiene la raccolta differenziata. I rifiuti delle plastiche aumentano perché sono cresciuti gli imballaggi complessi fatti con diversi scarti di polimeri differenti, e per questo più difficili e costosi da riciclare  e che generano prodotti  di basso valore. Altre plastiche, più riciclabili, con l’aumento delle quantità raccolte, sono diventate più difficili da vendere. Si pone con forza perciò il tema della riduzione perché a livello nazionale la raccolta è passata da 756 mila tonnellate a 893 mila, con un aumento di bene 137 mila tonnellate.

E’ in fase di approvazione una direttiva europea sui rifiuti e la circular economy che, fra l’altro, prevede di alzare il target obbligatorio di avvio al riciclo di rifiuti da imballaggio in plastica almeno al 55%.entro il 2025.

Supponendo che si mantenga il trend di crescita degli imballaggi in plastica degli ultimi anni, la quantità di rifiuti in plastica arriverebbe a 1 milione 356mila tonnellate. Ben il 51% in più di quello attuale.  A fronte di queste difficoltà è evidente che il problema di alleggerire e limitare le tipologie di imballaggio, a partire dall’uso fuori controllo delle bottiglie in plastica, posto che siamo i maggiori consumatori europei di acqua minerale, che gran parte dei rifiuti in plastica  sono difficili da riciclare e con poco mercato, metterebbe in crisi lo sbocco delle raccolte differenziate e in gravi difficoltà anche i comuni. Servono interventi urgenti e di medio termine per far partire un confronto tra il Governo e i soggetti della filiera. Ma anche tra le istituzioni locali e i negozi, le catene commerciali, i produttori. I cittadini sono pronti al cambiamento, chi li governa e gestisce la produzione a quanto pare no.

Resilienza e politiche di sostenibilità

La tropicalizzazione del clima, con periodi di siccità alternati a precipitazioni forti e improvvise e relativo dissesto  dei terreni, l’inquinamento, il consumo del suolo e la gestione dei rifiuti rendono sempre più importante strategie politiche di attenzione e cura dei territori, della mobilità, della qualità dell’aria. Le ondate di caldo con associati fenomeni acuti di innalzamento dei livelli di ozono in atmosfera, le precipitazioni intense associate a grandine, l’alternanza di siccità estrema , come quella del 2017, a periodi di pioggia prolungati, come quelli di questa primavera appena passata, gli impatti sull’ecosistema, sono situazioni che colpiscono sempre più spesso il nostro Trentino. 

La meteorologia, fortemente segnata dai cambiamenti climatici, influenza la qualità dell’aria e il periodo siccitoso prolungato determina il superamento del limite giornaliero delle polveri sottili, causa di morte e malattie invalidanti, soprattutto per i soggetti più deboli.

Ogni nostra azione ha effetto sul Pianeta, da come scegliere di spostarsi, a cosa utilizziamo per riscaldare e rinfrescare le nostre case, a cosa mangiamo. E proprio riguardo al cibo va detto che molte persone  stanno scegliendo regimi alimentari differenti  per cercare di diminuire le emissioni di gas serra o il consumo di suolo. 

Ci sono grandi differenze all’interno della filiera di uno stesso alimento: i produttori a più alto impatto di carne bovina arrivano a emettere 105 chilogrammi equivalenti di anidride carbonica e a utilizzare 370 mq di terreno  per 100 grammi di proteine ovvero da 12 a 50 volte in più di produttori a basso impatto. La produzione di cibo genera un immenso carico per l’ambiente  ma questo onere potrebbe essere ridotto in maniera significativa modificando il modo con cui consumiamo e produciamo. Come è noto, i prodotti di origine animale hanno un impatto sempre superiore a quelli di origine vegetale anche con l’aiuto della tecnologia. Una dieta varia ed equilibrata, con un maggior consumo di vegetali e minor consumo di carne e derivati, può diminuire le emissioni legate al cibo fino al 73%. Non grandi stravolgimenti ma anche piccoli cambiamenti possono avere effetti importanti sull’ambiente. Necessarie diventano perciò le etichette ambientali sul prodotto, Dobbiamo trovare il modo per cambiare un po’ alla volta le condizioni  fino a rendere l’agire a favore dell’ambiente la cosa migliore per produttori e consumatori. Anche con incentivi economici, sussidi, riduzione delle tasse, creando una spirale positiva nella quale anche gli agricoltori avvertano il bisogno di monitorare il loro impatto ambientale, prendendo le migliori decisioni, utilizzando le buone pratiche, collaborando con gli istituti di ricerca e per l’innovazione presenti sui territori di riferimento, facendo formazione, interagendo con i rivenditori e i consumatori in un legame virtuoso, indispensabile per la salvaguardia della salute, la tutela dell’ambiente, con attenzione particolare alle deforestazioni nel Sud del mondo e al benessere animale.

Chiudo sui temi più strettamente collegati al nostro sentire ambientalista. Ne ho scelto alcuni sacrificandone altri per comprensibili ragioni.

Concludo questa mia relazione introduttiva a questa Assemblea congressuale dei Verdi del Trentino con qualche riflessione sulla situazione politica provinciale, in vista delle ormai prossime elezioni del 21 ottobre 2018. Sono riflessioni aperte al dialogo e al confronto con tutti, non solo con i Verdi ma anche con la forze politiche e con le Associazioni che abbiamo invitato a questa prima parte dei nostri lavori, e alle quali daremo la parola subito dopo la fine del mio intervento.

   Come tutti sanno, sia pure con le diverse denominazioni assunte dalla coalizione nelle successive legislature provinciali e regionali (Ulivo, Intesa democratica e autonomista, centrosinistra, centrosinistra autonomista), i Verdi del Trentino hanno fatto parte della coalizione stessa in tutti gli ultimi venti anni, dal 1998 ad oggi. E prima ancora, sono entrati in maggioranza e in giunta nel comune di Trento fin dal 1990, quando ancora l’allora PDS era all’opposizione.

   Crediamo di aver sempre dato il nostro contributo propositivo e anche critico in tutte le circostanze storiche di questi ultimi decenni, avendo assunto per i primi dieci anni a livello provinciale anche dirette responsabilità di governo sia nell’ambito ambientale, sia in altri settori dell’amministrazione. Negli ultimi dieci anni, con una decisione che ci ha molto amareggiati e delusi, nel 2008 l’allora presidente Lorenzo Dellai non ci ha rinnovato l’incarico in Giunta provinciale, mentre nel 2013 per poche centinaia di voti per la prima volta non siamo riusciti ad entrare in Consiglio provinciale e il neo-eletto presidente Ugo Rossi ha rifiutato la proposta di inserirci con un assessore esterno in Giunta, in rappresentanza delle tre forze politiche minori della coalizione che lo avevano sostenuto e contribuito comunque alla sua vittoria, ma che purtroppo non avevano conquistato un seggio. 

   Ciononostante, dapprima essendo in Consiglio provinciale ma non in Giunta e poi fuori dal Consiglio provinciale ma comunque parte della maggioranza politica, i Verdi del Trentino sono stati sempre lealmente solidali con la coalizione del centrosinistra autonomista, anche quando hanno dissentito di volta in volta da alcune scelte, ritenute sbagliate dal nostro punto di vista.

   Tuttavia, nella più recente fase storica i motivi di dissenso da parte nostra si sono purtroppo accentuati sempre di più, su alcune scelte assai rilevanti. Non voglio fare un lungo elenco, ma mi limito ad accennare soltanto alle questioni più rilevanti.

   Nell’autunno 2016, quando si stava avvicinando il referendum costituzionale sulla riforma della seconda parte della Costituzione varata dal Governo Renzi-Boschi, abbiamo spiegato alla coalizione che ritenevamo radicalmente sbagliata quella riforma, la quale aveva assunto nella sua versione definitiva l’aspetto di una controriforma centralizzatrice , con troppi errori e contraddizioni proprio sotto il profilo costituzionale. Abbiamo quindi proposto alla coalizione di non schierarsi per il SÌ nel referendum del 4 dicembre 2016, e, per parte nostra, abbiamo attivamente partecipato in molte occasioni alla campagna per il NO. Purtroppo non siamo stati ascoltati, e la coalizione del centrosinistra autonomista, senza il consenso dei Verdi, è andata incontro ad una clamorosa e gratuita sconfitta, che si sarebbe potuta evitare se ci si fosse stato dato ascolto con meno supponenza.

   Dopo quella sconfitta, non c’è stata già allora nessuna riflessione autocritica, nessun ripensamento da parte delle altre forze politiche della coalizione. Ma ci sono altri aspetti, non solo legati al quadro politico nazionale e precipuamente provinciali, che ci hanno nel frattempo visti in posizione critica. Solo per citare alcuni esempi, mi riferisco alla vicenda dell’orsa Daniza, alla questione della Scuola, che ci ha alienato molti insegnanti democratici, ad alcuni rilevanti problemi della Sanità, compreso il fallimento dell’operazione del nuovo ospedale, al modo in cui è stata gestito il problema delle vaccinazioni obbligatorie, che ci ha alienato il consenso di molte famiglie, ad alcune questioni di carattere ambientale riguardanti il Parco dello Stelvio, la caccia e la ricorrente riproposizione, sia pure in forme mascherate, della Pirubi-Valdastico, fino al negato patrocinio della Provincia alla straordinaria manifestazione del Dolomiti Pride, a cui hanno partecipato diecimila persone, in larghissima maggioranza composte da ragazze e ragazzi giovani e giovanissimi, che non sono stati certo indotti a simpatizzare per il centrosinistra autonomista, anche se in molti e molte eravamo presenti e nonostante noi Verdi avessimo ripetutamente ammonito a rivedere per tempo quella sciagurata decisione, contraddetta anche dal presidente della Provincia autonoma di Bolzano Kompatscher e dallo stesso sindaco di Trento, Andreatta. Infine, è di questa settimana l’approvazione, insieme col centrodestra, in Consiglio provinciale di una legge palesemente incostituzionale su lupi e orsi, che ha visto gli assessori del PD votarla e i consiglieri dello stesso PD astenersi, con una ovvia dilacerazione della coalizione, nella patetica illusione di riconquistare consensi che continueranno invece ad andare dalla parte opposta.

   Le nostre posizioni critiche, espresse sia nelle poche riunioni della maggioranza politica sia con nostre prese di posizione pubbliche sulla stampa locale, non ci hanno indotto ad uscire dalla coalizione – cosa che alcuni ci hanno comunque  rimproverato -, della quale fino ad oggi abbiamo continuato a far parte, nonostante ci rendessimo conto che il consenso, una volta amplissimo, al centrosinistra autonomista, stava sempre più riducendosi, senza riflessioni critiche e autocritiche di qualche rilievo da parte dei principali partiti.

   Ma la verifica più esplicita e drammatica di questa imponente crisi di consenso si è avuta in occasione delle elezioni politiche del 4 marzo 2018. Già nella fase di preparazione delle candidature da parte della coalizione, di cui in quella occasione noi Verdi abbiamo fatto parte nella lista INSIEME , anche con il PSI e l’Area civica prodiana, c’è stata da parte delle tre forze politiche maggiori la nostra esplicita esclusione dalla candidatura in un collegio uninominale, scoprendo poi che quella stessa candidatura era stata assegnata ad una persona esterna, con decisione autocratica, non si sa a quale titolo, del Presidente della Giunta provinciale.

   E lo stesso Presidente, in fase preelettorale, sulla base di un sondaggio farlocco commissionato dal suo partito, era arrivato a preannunciare incautamente una vittoria generale con “cappotto” da parte del centrosinistra autonomista, mentre il “cappotto” lo hanno fatto la Lega e le altre forze del centro-destra. 

   Di fronte ad un tale “tsunami” e ad una tale arroganza pre-elettorale, non c’è stata una riflessione critica, non c’è stata alcuna autocritica, ma solo la patetica illusione che alle prossime elezioni provinciali il rapporto si sarebbe rovesciato a favore del centrosinistra autonomista.

   È passato oltre un mese dal tragico 4 marzo prima che venisse convocata una riunione della coalizione, soltanto il 10 aprile. Da quel giorno, in quella riunione e in tutte le riunioni successive, i Verdi del Trentino hanno subito detto esplicitamente che si stava profilando una storica sconfitta per il prossimo 21 ottobre, come del resto si è verificato in altre regioni a Statuto speciale prima governate dal centrosinistra e in molte, troppe amministrazioni comunali, che il centrosinistra ha perso. 

   Di fronte alla probabilità di questa imminente sconfitta, che segnerebbe una svolta storica negativa per il Trentino non solo sul piano politico, ma anche su quello sociale e addirittura antropologico, i Verdi hanno detto e stanno ripetendo in ogni occasione che è necessario mettere in atto una profonda rigenerazione della coalizione e un cambiamento della sua guida, che si è dimostrata in troppe occasioni inadeguata ad affrontare la nuova situazione, la quale si è già manifestata dapprima nel referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 e quindi nelle elezioni politiche del 4 marzo 2018, oltre che già in molte elezioni ammnistrative intermedie.

   Nelle ultime settimane abbiamo auspicato e favorito, quindi, non solo un allargamento della coalizione, ma anche un profondo ripensamento programmatico e la necessità di individuare un nuovo candidato Presidente con cui affrontare la nuova, difficilissima sfida epocale. A dire il vero, fin da metà aprile nelle riunioni di coalizione, abbiamo anche prospettato, in caso di mancato accordo, di dar vita ad elezioni primarie per la scelta del candidato presidente fatta direttamente dai cittadini e dalle cittadine, come del resto era avvenuto già cinque anni fa. Ma anche in questo caso purtroppo non siamo stati ascoltati e siamo rimasti soli nel prevedere uno scenario di paralisi delle decisioni.

   Lo diciamo chiaramente e senza alcuna arroganza. Se ci si vuole mettere di fronte al fatto compiuto, con la conferma del presidente uscente, molto difficilmente noi potremo continuare in questa occasione a far parte di una coalizione che ci ha visto soci fondatori fin da vent’anni fa. La conferma del presidente uscente porterà inevitabilmente ad una clamorosa sconfitta, che è già chiaramente leggibile e prevedibile in quanto è ormai avvenuto sul piano nazionale e locale. Ho detto con cautela “molto difficilmente”, perché il confronto, grazie a noi e ad altri che sono anche qui presenti tra gli invitati, è ancora aperto, sia pure con grande fatica e con un recente incredibile voltafaccia da parte del PD, o della sua maggioranza, perché anche nel PD ci sono molte voci dissenzienti, oltre che negli altri partiti.

   Noi continueremo ad impegnarci fino all’ultimo, ma ormai in un tempo assai ristretto, per contribuire a determinare una svolta e il cambiamento necessario e urgente. Ma poi – ripeto: in un tempo assai ristretto – prenderemo le nostre decisioni definitive, dialogando e collaborando anche con altri, attraverso i nostri organi, Esecutivo e Consiglio federale, che rieleggeremo nella sessione pomeridiana di questa Assemblea congressuale. Grazie a tutti i Verdi presenti e grazie a tutti coloro che hanno accettato il nostro invito, forze politiche e Associazioni, a cui ora per primi daremo la parola, in uno spirito di dialogo e confronto aperto.

Grazie per l’attenzione

                                                                                        Lucia Coppola

                                                                Portavoce uscente dei Verdi del Trentino

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