Ripartire dall’Università come Centro di Cultura per il Paese

Dopo i recenti scandali che hanno coinvolto alcuni Atenei italiani è importante porre l'accento su una nuova definizione di Università che deve essere più che mai un centro di cultura
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Come afferma Carlo Rovelli, docente di fisica teorica all’Università di Aix-Marseille in Francia, in un recente articolo apparso sul Corriera della Sera “l’Università italiana è, e resta, una delle migliori del mondo, custodisce competenze uniche, che non esistono altrove, continua ad educare una delle popolazioni più colte, intellettualmente brillanti e vivaci del pianeta. Non è priva di difetti, ma è fra le migliori del mondo”.

Sono ormai passati oltre 30 anni da quando, studente prima e docente poi del Dipartimento di Medicina Veterinaria e Produzioni Animali della Federico II di Napoli “frequento” l’ambiente universitario. Ho sempre lottato in prima linea per cercare soluzioni alternative alle diverse riforme universitarie, fatte da Governi di centrosinistra e centrodestra, che di volta in volta, continuavano, dietro “annunci sensazionali di miglioramento”, a svalutare le “ex Facoltà” ed a emarginare sempre di più gli organi decisionali interni. Leggo ogni anno sui giornali notizie, della durata di una semplice lettura, di “scandalistica” corruzione che colpisce in modo alternato i vari Atenei italiani, dal Sud al Nord, nessuno escluso. Favoritismi, parentopoli, episodi “baronali” sono percepiti nell’immaginario collettivo come pura e semplice inefficienza dell’Università, finendo per colpire indirettamente, senza alcuna distinzione e possibilità di replica, tutto il personale, a qualsiasi livello, etichettato alla fine come “fannullone”.

I problemi veri dell’Università italiana, invece, sono ben altri. Il periodo di enorme difficoltà economica, che il nostro Paese sta attraversando, ha portato al taglio sistematico e drastico del finanziamento agli atenei, alla precarizzazione della ricerca ed in definitiva ad uno smantellamento dell’università pubblica. Tutto questo non succederebbe se l’Università fosse in salute, sostenuta e finanziata in maniera adeguata dallo Stato, con procedure di reclutamento e avanzamento di carriera meno farraginose. Ed invece l’Italia si conferma fanalino di coda in Europa nell’investimento in istruzione superiore. Secondo l’ultimo rapporto Eurostat, che fotografa la situazione al 2015, la spesa in educazione in rapporto al Pil si conferma più o meno in linea con la media europea per la scuola primaria e secondaria, mentre l’Università resta ancora drammaticamente sotto finanziata. E’proprio la miseria degli investimenti universitari a trascinare l’Italia nelle ultime posizioni della classifica: siamo terzultimi, peggio di noi solo Irlanda e Romania.

Tutto questo si traduce in una corsa sfrenata alla partecipazione ai pochi concorsi che si riescono a bandire, con l’impossibilità di dare a chi sogna di diventare ricercatore i fondi necessari a condurre le proprie ricerche in maniera autonoma e indipendente, senza paura del rinnovo di un contratto e soprattutto di mettere loro a disposizione mezzi e strumenti adeguati e necessari per valorizzare le capacità di ciascuno.

Nonostante ciò l’Università italiana continua a “sfornare” tanti “cervelli in fuga”, costretti ad espatriare per realizzare il loro sogno di essere un ricercatore. Tutto questo significherà qualcosa?

Infine non si può non riflettere sui requisiti richiesti dal Ministero negli ultimi anni per la partecipazione ai concorsi per professore universitario, che prevedono un numero minimo di pubblicazioni con relative citazioni, spingendo i ricercatori a pubblicare tanto e a volte male, anziché poco e bene. Inoltre trascurata e senza alcun peso la valutazione della didattica che a volte viene vista come riempitiva, quasi un intralcio, senza considerare che un ottimo ricercatore può essere un pessimo docente, e viceversa.

Ed allora credo che non servano gli appelli giustizialisti come quelli di Cantone che recitano che “in ogni commissione, per un’abilitazione, per un concorso, dovrebbe entrare una personalità esterna al mondo accademico”. Ricordo che per le abilitazioni scientifiche nazionali (ASN) la presenza di un esterno è già contemplata, e ritengo sia indispensabile una vera Riforma che questa volta magari parta dalla “base interna” degli Atenei, sia discussa nelle Università e non realizzata da commissioni ministeriali o baronali. Ripartire allora con la meritocrazia a 360 gradi. Non basta per essere un “bravo” docente avere solo una “VQR eccellente”, ma è altrettanto importante svolgere correttamente l’attività didattica e conoscere la realtà al di “fuori delle mura”. Su questi temi e tanti altri il prossimo Governo si dovrà confrontare e ha il dovere questa volta di dare ai nostri giovani la giusta fiducia e speranza in un futuro migliore.

L’Università pubblica italiana esiste ancora e deve continuare ad essere soprattutto un Centro di Cultura !

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