Verdi, ripartire

Il contributo alla discussione sul futuro dei Verdi di Mariano Turigliatto dei Verdi di Grugliasco
verdi ecologia

Tempi duri e senza direzione…

La nostra è diventata un’Europa senza percorsi ideali, senza direzione, senza progetti e perciò senza speranze. Il sentire negativo attraversa tutti i paesi – ovviamente con intensità, sfumature e colorazioni diverse -, ma colpisce quelle aree e quelle nazioni che maggiormente avvertono il peso dell’incertezza e dello sbandamento. Se nessuno sa dove andare, verso dove e perché, tutti si muovono alla rinfusa: vanno e vengono o stanno fermi per paura di imboccare la strada sbagliata. 

Tanto muoversi per nulla consuma energie e non produce risultati, se non la delusione dei fallimenti, delle constatazioni che niente cambia, anzi che tutto peggiora. Si finisce facilmente per correre dietro a chi, nel criticare con asprezza ed estraneità i fallimenti di oggi, propone ricette mirabolanti o anche solo la speranza di un bel repulisti che rimetta i popoli e gli stati in carreggiata, lungo la strada del progresso e della felicità, non importa a scapito di chi. Ogni paese ha i suoi attori, li cambia quasi ad ogni elezione e lo fa in modo sempre più compulsivo e forsennato. Insomma “grande è la confusione sotto il cieli”, ma la situazione non sembrerebbe per niente favorevole.

Poi arrivano i Verdi

I successi elettorali degli Ecologisti e dei Verdi sono il controcanto a questo disorientamento, sono la risposta al bisogno di futuro declinato in un programma collettivo di transizione verso un nuovo modo di vivere, di respirare, di costruire relazioni, di produrre, di utilizzare la Terra e le sue risorse. Sono la risposta al bisogno di armonia, non un sentimento statico, finale, piuttosto la strada per riprendere la marcia del progresso, separandola quando occorre da quella dello sviluppo come l’abbiamo fin qui concepito.

Dunque il tema – e il punto di forza – non è la collocazione topologica del verdi nello schema delle democrazie liberali (sinistra, destra, centrosinistra…), ma la capacità che ha il loro pensiero di aiutare cittadini disorientati e rimettersi sulla strada, a ritrovare un bandolo per testimoniare col loro impegno la voglia di un domani meno violento e traumatico. Così come di esserci sulle battaglie straordinarie, ma anche nella vita quotidiana, grazie a una rete capillare che valorizza le radicalità e le sottopone alla dura cura della dialettica con gli altri, che si tratti di partiti, gruppi di pressione, lobbies. Non sempre per produrre accordi al ribasso o dolorose rinunce molto vicine alla compravendita opportunistica, ma mediazioni che permettono a chiunque di ripercorrerne le tappe perché costruite e gestite con trasparenza e competenza.

I Verdi in Italia ce l’hanno una strada?

Essere contenti per come il pensiero e la cultura verde si vanno affermando nei paesi del nord Europa con una loro ineluttabilità che non capiamo forse fino in fondo, non spiana di certo il compito di chi vuole ancora una volta tentare la costruzione di un soggetto politico che interpreti anche qui quel bisogno di “trovare la strada”. Sappiamo di aver visto giusto nel passato e di aver agito con poca efficacia e pochissimo coraggio, qualche volta facendo anche guasti e danni considerevoli, così che oggi i Verdi e gli Ecologisti italiani sono, sul piano politico, ben poca cosa. Non è stato sempre così, ma non serve più andare a caccia dei responsabili, forse serve fare tesoro degli errori del passato per capire come costruire un metodo nuovo che trasformi i Verdi in una comunità: educativa, pensante, studiante, rispettosa, comprensiva e inclusiva. Se no il destino è già segnato e in parte compiuto. 

Eppure

Una mano a rimettere la questione dello sconquasso del pianeta– fonte di sconvolgimenti climatici e umani terribili e foriero di un futuro nero anche per le nostre latitudini – l’ha data qualche tempo fa Francesco con la sua enciclica “Laudato sì”, a cui i credenti verdi dovrebbero mettere mano per studiarne le potenzialità e i messaggi da tentare di veicolare nel mondo dei cattolici e non solo in quello. Che uno dei leaders mondiali si spenda così a fondo in un discorso sul futuro dell’umanità coniugandolo con la salvezza del pianeta, non è cosa a cui si dovrebbe essere indifferenti. Neppure se decidessimo di storcere il naso perché l’ambiente Francesco lo chiama “creato”. 

Un altro bell’aiuto viene dalla sempre più diffusa cultura ambientale promossa nelle scuole da insegnanti attenti e motivati: recuperare interlocuzione con loro, aiutarli nella produzione e diffusioni di materiale educativo, di giochi e di iniziative che riprendano ciò che già si fa, da soli. I bambini, gli adolescenti, i giovani hanno nei confronti dei temi dei Verdi una sensibilità così appassionata che ha bisogno di essere canalizzata in proposte di impegni e contributi individuali di sapienza e militanza. 

Essere ecologisti vuol dire assumere la scienza come riferimento metodologico ed epistemologico. Il problema non sono le “scie chimiche” o la “crociata dei vaccini”, è che gli scienziati debbono tornare a vedere nei Verdi il posto in cui costruire modelli e ipotesi di condivisione sociale del loro lavoro: costruzione e condivisione etica, morale e politica. Così si può essere conservatori e progressisti secondo una declinazione finalmente vicina al sentire delle persone.

La necessità della riconversione di larga parte della manifattura – quella ancora in piedi – che ha sostenuto il boom industriale degli ultimi 50 anni deve vedere i Verdi protagonisti con progetti proposte o anche solo per attivare le iniziative necessarie alla concretizzazione della green economy. Mentre i Verdi ne parlano in gran parte delle nostre città il trasporto pubblico annaspa e si sviluppa su mezzi obsoleti e inquinanti. Lo stesso per gli edifici pubblici, per le scuole e, in generale, per un mondo che per quasi trent’anni si è sviluppato intorno all’idea che privatizzare e liberalizzare fosse la formula giusta per modernizzare il paese.

Il giovane immigrato davanti al supermercato è l’emblema della politica dell’immigrazione degli ultimi anni. Sta lì a ricordarci tutte le urla sulla sicurezza, il prima noi e i fiumi di danaro spesi per foraggiare ovunque e senza criterio imprese cresciute sullo sfruttamento degli ultimi. Ripopoliamo i borghi abbandonati, ricostruiamo l’economia delle montagne, valorizziamo le esperienze virtuose e dotiamo questo paese di una seria politica di accoglienza. Che comprenda anche le necessità collegate alle tematiche della scurezza. 

Tutti utili, ciascuno al suo posto

I Verdi possono emergere dal limbo solo dandosi gruppi dirigenti giovani e decisi a voltare pagina nel metodo di lavoro e nelle pratiche politiche. L’essere giovani aiuta a vedere le cose da un angolo diverso, meno collegato alla contingenza e più alla prospettiva, aiuta anche a prendere dai meno giovani che si mettono a disposizione ciò che sanno fare e essere in virtù del vissuto e dell’esperienza. 

  Non è una questione d’immagine e neppure si tratta di escludere, ma davvero è tempo di reinventare un’azione politica, il cui senso è sempre più chiaro e necessario, coniugandola con una rappresentanza che parla e tutti i generi, le età e le sensibilità. 

Con il rispetto che si deve a chi si pre/occupa non già di un posticino di sottogoverno, ma della salvezza del pianeta.

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